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sabato 22 novembre 2008

La matematica non è un'opinione:una lingua+una cultura+una storia= una nazione,la SICILIA!

Devo ringraziare Orazio tanto per la attenzione che ha avuto nel volermi coinvolgere in queste recenti discussioni sviluppatesi sul suo blog, tanto per la pazienza con cui ha atteso questo mio intervento che, prometto, innanzi a sì tanto profluvio di paroloni neoborbonici, sarà breve.Il mio intervento è quello di un giornalista indipendentista che, per merito o ventura, è anche vice segretario del Movimento per l'Indipendenza della Sicilia.
Che è, lo ribadisco, un movimento aperto e trasversale, e non un partito.Il MIS è aperto a singoli, gruppi, associazioni e partiti che ambiscano a raggiungere l'indipendenza della Sicilia. Non ha quindi l'ardire di essere l'interlocutore unico di tutti i siciliani (giacché esistono non pochi siciliani che non vogliono l'indipendenza o che addirittura non si sentono siciliani, ma italiani o, evidentemente, napoletani come Davide Cristaldi), ma di quei siciliani che, consapevoli della propria identità nazionale, desiderano tornare alla propria indipendenza.
Ora, come si può sostenere che il Regno, poi denominato "delle Due Sicilie", fosse lo stesso fondato da Ruggero II?
Quel Regno fu il Regno di Sicilia, quei sette secoli di statualità ed indipendenza furono siciliani, non napoletani o "duosiciliani". E se è vero che il Regno di Sicilia ebbe, per periodi anche lunghi, una estensione che andò al di là dello Stretto, preferirei si accusassero gli allora regnanti siciliani dell'essere "invasori" e "colonizzatori" che non dire che Sicilia e Napolitania siano la stessa cosa.
Si vedano Sardegna e Corsica: hanno molto in comune, finanche (almeno, in parte), la bandiera nazionale (anche se in Sardegna hanno finalmente riscoperto l'albero eradicato),per un periodo sono state un unico Stato, ma nessuno si sognerebbe di dire che sono la stessa nazione storica.Una parentesi statuale in comune non significa dover stare insieme per forza. Altrimenti, saremmo costretti a credere l'autorità dello Stato Italiano sulla Sicilia come perpetua ed intoccabile. E questo, è lampante, non è così, giacchè lo Stato Italiano è un fenomeno umano, e come tale destinato a sparire.
Altra cosa sono le nazioni, che vanno oltre le generazioni e gli accadimenti politici.
Noi Siciliani eravamo Siciliani già quando parlavamo quel dialetto sanscrito che era il Siculo e che ha lasciato importantissimi lasciti nella nostra lingua di oggi, il Siciliano, e finanche l'antico nome della nostra terra: "trinacie" ("trinakyia" in Sanscrito), il "giardino" poi diventato "trinakria". E se oggi diciamo "cuteddu" o "matri" con quella particolarissima pronuncia, lo dobbiamo a quei nostri progenitori.
Ebbene, io potrei, se volessi, scrivere in Siciliano questo mio intervento, ma gli amici napoletani impazzirebbero nel leggerlo e, almeno di certi tratti, non coglierebbero il significato.
Una lingua+una cultura+una storia= una nazione. Questa semplice somma è valida per la Sicilia, non per le fantomatiche "Due Sicilie".
Il Regno Duosiciliano fu il risultato dell'annessione giuridica del Regno di Sicilia a quello di Napoli.
Nel 1816, infatti, con il Regno di Sicilia cessò anche la "Apostolica Legatia".Quindi, le argomentazioni degli amici nostalgici dei regnanti borbonici sono mal poste, e del tutto analoghe a quanti sostengono l'italianità della Sicilia o di Napoli.Qui, oggi, si fa un discorso di vere Patrie, non di Stati postnapoleonici.
Qui si fa il futuro con le radici ben piantate nella storia e nella cultura, non un paradossale e grottesco "Risiko" fantapolitico.Ma a "Risiko" credo che vogliano giocare gli amici dei comitati duosiciliani, e del PdSud.
Onestamente, la figura di Raffaele Lombardo e dell'Mpa è sotto gli occhi di tutti.
Se vogliamo far rinascere le nostre terre e le nostre città alla luce della pulizia morale e dell'onestà, non si può parlare di «tornare con un ricco bottino».
Preferisco non avere una sede, incontrare i fratelli indipendentisti per strada, piuttosto che accettare la sede dell'Mpa. Preferisco rimanere extraparlamentare (anche perché, tranne che avere una maggioranza schiacciante, tra l'avere una "tribuna parlamentare" e il non averne cambia poco...tranne che per le tasche del tribuno di turno!) tutta la vita, che legarmi agli umori e alle volontà di un estraneo. Ma credo, e temo, che troppo spesso si mischino "opportunità" e "opportunismo".
L'Mpa è arrivato dov'è per semplice scissione dall'Udc ed una campagna mediatica pilotata (le famose elezioni di Catania in cui l'Mpa esordì furono tutt'altro che un successo di voti per Lombardo e soci, che pure sostennero Scapagnini e il collasso che quella giunta e quella coalizione causarono) ma la stampa irregimentata fece ciò che era previsto: sostenere la presunta novità, il "caso Mpa". E non dimentichiamoci del voto di scambio e dei "patronati", con buste della spesa, ricariche telefoniche, buoni benzina, banconote, bimbi degli orfanotrofi messi davanti alle scuole a dividere fac-simili...Ecco, da gente che fa questo, io, siciliano, indipendentista, e giornalista mai men che sincero e onesto (al costo della povertà), non accetterei nemmeno una caramella.
Figuriamoci fare accordi "politici"!
Sempre, ricordando che il MIS non è un partito, non ha nelle elezioni il proprio cardine, ma la sensibilizzazione, la formazione, l'informazione, la rivoluzione incruenta che riporterà alla vita lo Stato Siciliano Indipendente.
E qui mi viene una riflessione: appurato che qualsiasi associazione di diritto debba conformarsi alle leggi italiane, cosa che il MIS fa con grande attenzione (pur contestando a livello ideale molte leggi italiane, ma senza voler fare il gruppo di "fuori legge"), certe affermazioni sul PdSud mi fanno pensare.Il MIS ha un regolare tesseramento.
Perché è obbligatorio accettare al proprio interno la regola democratica: non si possono creare associazioni "chiuse" o segrete. Ogni associazione può respingere, ai sensi del proprio statuto, una richiesta di iscrizione, ma l'iscrizione deve essere possibile. Si deve poter distinguere tra l'iscritto, che ha una regolare tessera, e il non iscritto. Altro discorso è il dire che, data la propria struttura statutaria, il MIS è aperto alla adesione (al pari di un vero e proprio "network" quale è sempre stato) di interi gruppi o associazioni, e che è comunque possibile partecipare al MIS e alle sue attività senza averne la tessera o avendo quella "simpatizzante" o quella "onoraria". Ma un membro che non sia effettivo, non può ambire ad una carica tecnica o dirigenziale del Movimento.
Ora mi chiedo:se gli iscritti del PdSud sono «tutti i "meridionali"», questo Partito può definirsi veramente tale?
Uno di un partito o fa parte, o non fa parte.
E dato che, secondo la loro visione, io sarei un "meridionale", ma non voglio fare parte del PdSud, come faccio a disiscrivermi?
E se invece volessi diventarne il Segretario?
Convoco autonomamente e solitariamente un Congresso con 10 "meridionali" amici fidati e mi faccio eleggere? Spero che gli amici del PdSud, e soprattutto quanti si possono definire "dirigenti" o "coordinatori" dello stesso mi chiariscano questo dubbio, perché la memoria mi va a quel giorno in cui un iscritto della Lega Nord,Comino, osò a norma di statuto avanzare la propria candidatura a Segretario della Lega, e in tutta risposta venne pubblicamente picchiato.
Ma la Lega non venne sciolta d'autorità, come pure sarebbe dovuto accadere.
Eppure, c'è chi per ragioni di "opportunità"(o, temo, di "opportunismo"), cerca di andare con quel fantoccio leghista che è "Allenza Federalista", vecchio pallino di Bossi &co. che di tanto in tanto viene riesumato.
Ma certe deliranti affermazioni di Chiappori sono facilmente reperibili su internet, e si commentano da sole.
Il fatto è che, mentre ci siamo sempre più volenterosi che ci impegnamo in campagne contro la mafia, contro la distruzione del nostro territorio e del nostro ambiente, per la tutela della nostra lingua e cultura, riuscendo talora a far eleggere dei nostri consiglieri comunali pronti e agguerriti nel dimostrare che un futuro diverso è possibile e necessario, altri soggetti, forti di una limitatissima militanza (o di una militanza "virtuale", cioè virtualmente allargata a interi popoli e entità sovranazionali),non fanno altro che organizzare convegni e convegnucci per "pianificare strategie elettorali" e immaginare allucinanti "macroregioni".
Noi, che magari saremmo "storti e stolti" ma sempre di più, invece preferiamo andare per strada ad attaccare adesivi e diffondere viso a viso, cuore a cuore il nostro messaggio ogni giorno, ogni momento, indebitandoci per stampare materiale informativo e propagandistico, e per far rivivere la gloriosa bandiera di lotta dell'EVIS.
E onestamente non capiamo.
Non capiamo questo "do un des", questi "vernissage" in sale d'albergo,questi isterismi quando,come Orazio fa magnificamente da una vita, osiamo protestare la nostra unica vera identità: quella di Siciliani, figli di una unica millenaria nazione.
E non importa se certa stampa preferisce, perché gli fa comodo, dare spazio a certe operazioni tra il "folk" e l'affaristico: potranno ignorarci («Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci» Gandhi), ma la nostra forza di volontà e spirito di sacrificio sono più forti di qualsiasi "silenzio stampa":quando le sedi del MIS vennero chiuse e i dirigenti deportati dall'Italia del CLN sulla base di leggi solidamente fasciste, ci inventammo il "giornale parlato", che dura tutt'oggi.E, da giornalista, non riesco ad accettare che si rimproveri ad Orazio, che di lotta e giornalismo mi è maestro (al di là del fatto che, per la reticenza di entrambi a "iscriverci" nei registri italiani dei giornalisti, alla fine abbia "ceduto" prima io, che pure sono più giovane) si rimproveri la mancata aderenza alle basilari norme deontologiche e comportamentali del corretto informare.
"A Rarika" è nato come spazio aperto (al pari, ad esempio, del forum del MIS su www.siciliaindipendente.org ), e questa sulla presunta "meriodionalità" o "napoletanità" dei siciliani (e sulla opportinutà di certi gruppi di andare a braccetto con Lombardo o Bossi) è una chiacchierata, magari a toni serrati, ma del tutto orizzontale.
Orazio, da libero cittadino e fervente indipendentista siciliano, ha detto la sua opinione.
E se è vero che un giornalista è sempre, e tutta la vita. è anche vero che se lo stesso Orazio avesse voluto "diffondere notizie" da un trono o da un podio, non lo avrebbe fatto con un blog.
Avrebbe fatto il solito giornaletto on-line (o anche cartaceo) del tutto inutile quanto autoreferenziale.
Ma Orazio non è e non è mai stato così.
Concludo, scusandomi se non sono stato breve come promesso, e se ho infastidito qualcuno.
Prima di querelarmi o insultarmi, provate a dialogare:io ho i miei dubbi e le mie certezze, e le estrinseco tutte.
Con onestà: invece di scusarmi per la lunghezza e la mancata promessa, potrei andare in cima a questo testo e modificarlo...Meno onesto deve essere chi, qualche ora fa, ha cercato (invano) di fare illecitamente accesso alla casella email del Movimento per l'Indipendenza della Sicilia.
Torno a fare ciò che noi del MIS stiamo facendo già da tempo (e che ha causato il ritardo con cui sto accogliendo l'invito di Orazio): lavorare insieme agli altri popoli oppressi per far sentire una sola voce in Europa e nel mondo.
E, soprattutto, parlare alla gente dando la notizia: la liberazione della Sicilia è possibile e sarà, dipende da noi come e quando.
Rimbocchiamoci le maniche.
Roman H.Clarke

giovedì 13 novembre 2008

Come Orazio...negro sbiadito anch'io!

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Ricevo e pubblico da Roman Clarke,giornalista,vicesegretario del Mis-Movimento per l'Indipendenza della Sicilia...

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Ciao Orazio,


anch'io sono


un "negro sbiadito".... insieme a te.


Pubblica la mia foto.


Un abbraccio,


Roman .
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giovedì 11 settembre 2008

A norma dello Statuto Speciale d'Autonomia le province in Sicilia sono state abolite


Movimento
per l'Indipendenza
della Sicilia


ha lasciato un nuovo commento sul tuo post
"TRE CONSIGLIERI PROVINCIALI MESSINESI INVOCANOL´A..."
http://rarika-radice.blogspot.com/2008/09/aqualcos1.html :
Iniziativa lodevole. Qualcuno però spieghi ai tre volenterosiconsiglieri (e anche ai loro colleghi, come noi del MIS ci stiamoimpegnando a informare tutti i siciliani) che a norma dello Statuto Speciale d'Autonomia le province in Sicilia sono state abolite.

martedì 26 agosto 2008

IL PdSUD ESTRANEO ALLA "CONFEDERAZIONE DEL SUD"!

Ricevo e pubblico....
Il Partito del Sud, dopo il recente incontro di Agnano ha espresso chiaramente la necessità di un incontro di verifica tra i movimenti meridionalisti per la definizione di una strategia politica condivisa.
Ciò anche al fine di allargare ancor più il fronte degli aderenti.
Con tale spirito aveva accolto l’invito a partecipare all’incontro di Lamezia Terme del 30 agosto.
Appreso che l’incontro di Lamezia Terme è stato organizzato, invece, con il fine esclusivo di presentare alla stampa la costituenda Confederazione proclamandone la costituzione.
Preso atto che il PdSUD non fa parte della costituenda Confederazione. Preso atto che non si è ritenuto di discutere e concordare un documento comune con il gruppo dirigente del PdSUD.
Preso atto di ciò il gruppo dirigente del PdSUD ha deciso di non intervenire alla manifestazione di cui sopra.
Il PdSUD conferma il suo impegno per la nascita di un fronte comune capace di rappresentare le legittime aspirazioni della comunità meridionale che accusa un crescente inaccettabile divario con quelle più ricche delle Regioni del centro-nord Italia e guarderà con attenzione alle iniziative che la nascente Confederazione riterrà di intraprendere auspicando che in futuro possano crearsi le condizioni per un confronto finalizzato alla promozione di comuni iniziative politiche.
Il Gruppo dirigente del PdSUD ed i propri militanti con il presente comunicato, inviano sinceri auguri di buon lavoro a tutti coloro che riterranno di intervenire alla manifestazione sopracitata.
Antonio Ciano/Erasmo Vecchio.

giovedì 7 agosto 2008

Lettera aperta ad Ezio Mauro direttore de "La Repubblica" sulla questione garibaldina

FRUNTI NAZZIUNALI SICILIANU -SICILIA INDIPINNENTI
FRONTE NAZIONALE SICILIANO - SICILIA INDIPENDENTE

Caro Direttore,
So bene che Ella, il suo Giornale avete una vostra ben delineata linea editoriale sulla Sicilia e la sua storia, tuttavia so di potere sperare e contare sulla sua professionalità e deontologia.
In quest´ottica ho la speranza che Ella vorrà e saprà dare spazio, a questa mia nota dialetticamente opposta e comunque pari nel tono generale a quelle che il suo giornale ha pubblicato, in ben due pagine, nell´edizione di Palermo, quando ha presentato quanto scritto da Giuseppe Casarrubea, Pippo Russo e Umberto Santino sul cosiddetto "revisionismo storico".
Risponderò per motivi d´opportunità e spazio ad ambetre gli articolisti in un unico intervento anche se premetto che il diverso senso e tono avrebbero meritato specifiche, distinte disamine.
La decisione del Sindaco paladino, Sindoni di reintitolare la piazza antistante la stazione ferroviaria cittadina mutandone l´intestazione da Giuseppe Garibaldi in quella di IV luglio 1299 ( anno di un importante battaglia navale per il Regno di Sicilia ) ha scatenato una forte, fortissima polemica.
In breve la polemica ha abbandonato i confini orlandini e grazie anche all´interessamento del " Corsera", della TV italiane e poi del "Times" di Londra ha scatenato un putiferio che è andato ben oltre i confini siciliani.
I tre interventi a cui faccio riferimento sono stati, per l´appunto, ospitati questo mercoledì, 6 agosto, dall´edizione di Palermo de " La Repubblica", e sono un capitolo, forse neppure l´ultimo di questa lunga, appassionata querelle.
Ciò che caratterizza questi tre interventi è, a mio avviso, l´evidente irruenza antisicilianista che li caratterizza.
Il sicilianismo è da costoro inteso, percepito e veicolato come una sorta di sintesi di tutti i mali siciliani.
Direi che questa è un´ingenerosa generalizzazione che però testimonia di un clima d´isteria che pervade ampi settori dell´intellighenzia e della politica centralista in Sicilia.
Da molto, troppo tempo questi settori si sono adattati ad un´ampia, vissuta autoreferenzialità che li porta a pensare e vedere la realtà siciliana esclusivamente con le loro "lenti colorate".
Diciamo subito che una certa predisposizione alla "partigianeria" emerge già gridata negli occhielli e nei titoli dei tre "pezzi".
Tuttavia e malgrado questa propensione, dal mio angolo visuale, gli articoli vanno in ogni caso letti perché sono testimonianza di un atteggiamento, di una "forma mentis" molto diffusa nell´intellighenzia engagé e di potere, centralista e antisiciliana.
E sì perché va detto che i "fatti di Capo d´Orlando" hanno in ogni modo, appunto, il merito di avere squarciato un velo di silenzio, voluto ed imposto, sulla storia, la memoria e l´identità della Sicilia e del suo Popolo.
Certo un simile repentino, inatteso clamore ha trovato impreparati proprio quelli che per tradizione, abitudine, pigrizia o rachitismo e interesse non vogliono neppure pensare che la storia ufficiale della Sicilia, come oggi è veicolata, possa essere falsa, apocrifa e negazionista.
Ed è proprio quello che è successo quando il Sindaco Sindoni ha reintitolato la piazza della stazione.
I "chierici", gli intellettuali engagé sicuri nelle loro "ortodossie", ereditate e mai veramente meditate, si sono visti travolgere dal consenso che l´opinione pubblica accredita concretamente alla posizione sostenuta dal Sindaco orlandino.
Quando poi un giornalista siciliano, per nulla sicilianista ma attento alle notizie, su un noto quotidiano, ha posto all´attenzione dell´opinione pubblica italiana la querelle sino allora solo paladina, quei settori, ideologizzati e pro-garibaldini, si sono visti scoperti e impreparati. La reazione è stata da manuale: gridata, ostentata e autoreferenziale.
Quando poi, con un effetto domino, l´articolo del noto giornale ha scatenato la curiosità delle maggiori TV e della stampa estera, costoro si sono sentiti in dovere di difendere la "bandiera", e specie nel mondo politico, di dire la loro e prendere posizione sulla questione.
E così tutto rischia di ridursi ad uno schierarsi di mero stampo calcistico. Pro e Contro sono divenuti i punti di riferimento davvero sconfortanti della questione.
Ed è in quest´ottica "tradizionale" che Sindoni ha raccolto la solidarietà del Presidente della Regione o anche quella del leghista Borghezio, mentre, va detto, molti altri si sono schierati dalla parte dei "garibaldini" ( Idv, PS ecc..).
Più però i settori politici, burocratici e culturali di potere manifestano la loro devozione filo-garibaldina e più l´opinione pubblica siciliana (e no) mostra di comprendere veramente il senso delle cose e soprattutto delle forze in campo.
E così si giunge ai tre interventi de "la Repubblica" edizione di Palermo.
In quello a firma di Pippo Russo va apprezzata, lo scrivo con sincerità, la sua capacità di scrivere sul cosiddetto "revisionismo" storico siciliano, come viene definito, senza entrare neppure minimamente nel merito dei fatti, storici e no, che hanno ispirato questa polemica.
Russo non cita un solo evento a difesa e testimonianza dell´idea ufficiale ed ufficializzata di Risorgimento che vuole conservare, quasi "imbalsamare" ad infinitum.
Alla luce di ciò temo di cominciare a nutrire più di un dubbio sulla Sua volontà di verità storica e sulla volontà di Questo di giungere ad essa attraverso fonti, atti e fatti concreti.
Ciò su cui invece non ho alcun dubbio è la sua doviziosa capacità d´essere maestro in un sociologismo manierato quanto antisiciliano.
Mi compiaccio con Pippo Russo, che non ho l´onore di conoscere, che Egli trovi inoltre tempo da dedicare anche a riflessioni linguistiche e/o meta-ortografiche, al punto che se queste sue note avranno successiva fortuna Egli diverrà, senza difficoltà, il post-Pitrè del XXI° secolo globalizzato. Tuttavia non possiamo non dire che ci fa onore che il senso completo di un siffatto, paradigmatico ragionamento, così poco moderno e progressista, prenda la stura dall´analisi di una sigla: SICILIA INDIPINNENTI che con tutta evidenza coincide con quella dell´organizzazione politica in cui mi onoro di militare:'u FRUNTI NAZZIUNALI SICILIANU - SICILIA INDIPINNENTI.
E´ arguto, riconosciamolo, il tentativo operato da Russo di insinuare ( cosa ben più facile e sinuosa che affermare ) che esisterebbero una serie di lingue e identità quante sarebbero le provincialità e i comprensori siciliani.
Tuttavia Russo non è né originale né il primo a tentare questa un simile approccio disarticolante.
Dobbiamo dire che questo tipo di "reazione" è una prassi nota tipica di tutti i colonialismi e che, in concreto, poi si riduce a poco più di una boutade intellettualistica.
Ci spiace doverle ricordare a Russo che i Siciliani, al di là e oltre le ovvie, naturali varianti ortografiche territoriali, intendo e comprendono comunque la lingua siciliana e si comprendono tra loro in tutta la Sicilia.
I Siciliani, infatti, ben sanno d´essere parte di un Popolo, di una Nazione europea e mediterranea.
Una Nazione, appunto, antica, riconosciuta che ha una peculiare tradizione culturale, linguistica conclamata anche se diversificata.
Sarebbe bene che Russo se ne facesse una ragione e riflettesse su ciò.
Passerò ora a proporre alcune veloci chiose su quanto ha scritto Umberto Santino. L´articolo di Santino offre, infatti, interessanti spunti di critica e confronto. Come, ad esempio, quando l´animatore del Centro Impastato scrive facendoci sapere che Egli ha le idee chiare su cosa vuole il sicilianismo.
Io trasalgo e tendo bene le orecchie. Io che, infatti, in quest´area milito da quasi un quarto di secolo, ancora non ho ancora acquisito la sua sicurezza e sicumera su quello che il Sicilianismo monoliticamente vorrebbe. Cosa che invece Santino ostenta di ben comprendere e sapere.
Santino afferma cose forse verosimili ma non certo vere.
Se, Egli, davvero ci considera tutti "automi " al servizio della strategia lombardiana, non solo sbaglia manifestamente ma offende prima di tutto la sua stessa credibilità di studioso, politologo ed intellettuale.
Chiunque abbia frequentato o realmente studiato l´area sicilianista sa che è più onesto dire che, oggi, il sicilianismo, quest´area politico-culturale è divisa, traversata appunto da tradizioni, scelte e forme organizzative diverse e spesso tra loro antitetiche.
Il sicilianismo può essere dunque oggi rappresentato, più e meglio, come una nebulosa.
Non so cosa le altre organizzazioni vogliano, ricerchino io qui mi limiterò a parlare solo a nome del mio partito: `u Frunti Nazziunali Sicilianu - Sicilia Indipinnenti e dell´area indipendentista democratica.
Noi esistiamo dal 1964 (ben prima della lega, del Leghismo) siamo democratici, pacifici, schiettamente, apertamente antimafiosi e socialmente progressisti quanto apertamente indipendentisti.
Io quindi credendo nella buona fede di Santino lo invito ad andare oltre la rituale ripetizione di vecchi pregiudizi e solfe sul "separatismo" agrario ( ma potevano i censiti 400.000 iscritti separatisti degli anni ´40 del secolo scorso essere tutti agrari? ) e filo mafioso e a pensare operosamente a studiare la realtà ideale e politica dell´Indipendentismo Siciliano di allora e di oggi senza preconcetti.
Per chiarire ogni possibile equivoco sappia Santino che Noi oggi siamo tra i pochi che hanno ancora la forza, la volontà e il coraggio di dire che la lotta alla mafia è precondizione per qualsivoglia azione politica in Sicilia e per la Sicilia. A ciò si aggiunga anche che Noi siamo tra i pochissimi partiti a non avere mai avuto cointeressenze né con la mafia né con qualsivoglia forma di malaffare.
Quanto poi a quella che Santino avanza retoricamente come " una modesta proposta", anzi una serie di proposte e cioè quelle: di intervenire sul monumento dedicato a Palermo, a Francesco Crispi, di cancellare su di esso la scritta " la monarchia ci unisce", di arretrarlo e di affiancargli un qualcosa che ricordi i massacri dei Fasci Siciliani dei Lavoratori.
Sorprenderemo forse Santino ma Noi siamo perfettamente d´accordo.
Vorremmo però che Tutti e quindi anche Santino avessero la costanza e la coerenza di aggiungere che quei Siciliani, quelle donne e quegli uomini, erano socialisti e sicilianisti.
Se non vuole credere a Noi l´informato Santino si ricordi degli studi di Massimo Gangi (che non era un sicilianista) e della "riscoperta" compiuta da questo del famoso oramai "Memoriale Codronchi" in cui i Fasci Siciliani chiedevano Autonomia per la Sicilia e rispetto della Sicilianità.
E´ questa una parte della storia siciliana che c´è stata anch´essa sottratta quando il socialismo marxista dogmatico continentale dei vari Filippo Turati, Ivanoe Bonomi e Camillo Prampolini( quello che divideva gli italiani, bontà sua, in sudici e nordici) imposero un´osservanza risorgimentale e nordista ( oggi diremmo padana )al già sviluppato socialismo siciliano.
Di tutto ciò e di molto altro siamo disposti sempre e comunque a parlare, peccato però che molti sfuggano sistematicamente il confronto preferendo i soliloqui.
Infine vorrei chiosare l´ultimo periodo dell´articolo di Santino che mi ha lasciato perplesso non poco.
Egli testualmente scrive: " Questi segni gioverebbero a ricordare eventi dimenticati e probabilmente invoglierebbero a conoscere un po´ meglio la storia della Sicilia, senza sicilianismo".
Non ci può essere, non ci potrà mai essere una storia della Sicilia, Caro Santino, senza sicilianismi.
Se ne faccia una ragione, rifletta sul fatto che scrivere ciò, di fatto, equivale ad affermare che può esistere una storia della Sicilia senza i Siciliani.
E´ evidente qui, tornano in mente, esempi famosi di quando con certi giochi linguistici taluni scrivevano e scrivono di essere "antisionisti" ma poi intendo dire "antisemiti" nascondendosi poco nobilmente dietro le parole.
Qui si tratta esattamente della stessa cosa, dietro vi è la stessa identica logica.
Se ne faccia una ragione Santino, il Sicilianismo è insito nella storia Siciliana ed da essa inestricabile.
Ciò che invece non è connaturato è lo stato di sudditanza politica e culturale della Sicilia dai poteri politico -economici forti e dalla mafia e del malaffare.
Non è connaturato neppure quel certo vezzo neo-lombrosiano che vorrebbe la Sicilia razzisticamente quasi irredimibile.
Sappia comunque Santino che essere Siciliani non è un destino né una condanna, quindi se vuole si "dimetta" ma non chieda agli altri di rinunciare al proprio Io collettivo.
Quanto poi all´intervento di Giuseppe Casarrubea vorrei stigmatizzare l´affermazione avanzata da Questo e del resto presente anche in altre parti di questa doppia pagina, secondo cui Sindoni altro non sarebbe altro che un esecutore, o come Casarrubea mette nero su bianco un "capomastro" del "Deus ex Machina ", dell´ineffabile Raffaele Lombardo da Grammichele.
Ad oggi nulla del genere mi risulta. Credo, in attesa di essere smentito, che si tratti di una facile generalizzazione che finisce per ridurre i termini della questione ad mero problema di polemica politica.
In realtà non è così. Qui in ballo c´è, caro Casarrubea, molto di più di quanto Lei vede o voglia ammettere.
Ho però apprezzato il suo distinguo quando Lei afferma di non potere mettere le mani sul fuoco sull´onorabilità della tradizione agiografica che si richiama a Garibaldi Giuseppe da Nizza ( oggi Nice in Francia ).
Vede caro prof. Casarrubea, Ella non fa altro che gettare in sociologia, in chiave di liberazione sociale ciò che invece è logicamente, strettamente connesso alla stessa ragion d´essere della "questione garibaldina" e più in generale della riflessione storiografica sulla Sicilia.
Per restare sui termini della questione oggetto dei fatti di Capo d´Orlando appare evidente che in Sicilia non si sviluppò lo sforzo volontaristico di un singolo uomo geniale e volitivo come si è troppo a lungo sostenuto quanto più, qui, si dipanò l´azione sciente e coordinata di una superpotenza ( l´Inghilterra del 1860 ) che adoperò uno stato fantoccio ( il Regno del Piemonte ) per mantenere il suo controllo, oggi diremmo, geopolitico sul Mediterraneo.
Professore Casarrubea, a mio avviso, Lei liquida troppo velocemente, troppo scontatamente, i tanti, troppi difetti che non può anche volendo negare all´azione diciamo non coerente del Garibaldi e dei suoi sodali.
Certo Ella non può negare l´eccidio di Bronte, Ella non può negare il fatto, concreto testimoniato e testimoniabile, dell´essere i Garibaldini non una forza di liberazione e di emancipazione sociale ma un mal dissimulato strumento di colonialismo politico e di una collegata sopraffazione sociale.
Ella inoltre non può neppure negare che la scuola italiana ha sempre evitato accuratamente di parlare di ciò. Si è sempre taciuto poi glissato e si preferisce ancora oggi far silenzio su questi temi.
I cattivi maestri certo sono colpevoli ma la loro azione non è stato un atto di pervertimento personale o di ricercato volontarismo di singoli o gruppi ma una sciente, dimostrata volontà sostenuta e perorata, fino a qualche decennio fa, da un sistema culturale ufficiale monocratico e monoculturale.
Prof. Casarrubea, mi spiace non poter poi concordare con Lei sul fatto che esisterebbe un Garibaldi tutto da scoprire.
Se ne faccia una ragione professore, di Garibaldi finalmente si sono scoperte tutte le malefatte, tutte le ingenerosità e le tante viltà e piccolezze.
Altro se si scoprirà sarà solo a conforto del reale volto del Nizzardo.
Il Dittatore Ella sostiene fece la stessa fine dei viceré. Non è esattamente così.
Mi spiego meglio. Professore ha ragione parzialmente quando afferma che il comportamento del DITTATORE ( dunque non un libertador ) voleva essere eguale e simile a quello dei vecchi viceré. Egli dunque non venne qui né per cercare il riscatto della Sicilia né tanto meno quello delle sue masse popolari.
Più prosaicamente gli fu "subappaltato" un putsch antiborbonico, preparato, pianificato attentamente dai "servizi" inglesi e dai loro sodali piemontesi.
Lui non fece dunque la stessa fine dei Viceré egli fu peggio di qualsivoglia Viceré.
Fu un un "provocatore", inviato a ingannare le energie sane che speravano di liberare la Sicilia dal giogo borbonico per restituirla alla sua Indipendenza nazionale.
Ci scusi poi se non la seguiamo nel suo ragionamento quando Ella dopo aver ricordato la scomparsa di Ippolito Nievo, testualmente afferma: " Così finì una storia e ne cominciò un´altra o continuò quella di sempre, con le sue prerogative, i re Normanni, le glorie della Sicilia monarchica, l´autonomia e ora il federalismo. Cose che mi sembrano "interessate" se pensiamo alla dimensione globale delle battaglie del nostro eroe."
Caro Professore, nel merito, le vorrei chiedere: Ci spieghi la continuità tra i poteri che Lei evoca, invoca e accomuna non Le sembra essere una facile generalizzazione che finisce per accostare dati diversi e con essi, cosa più grave,vittime e carnefici.
Ad ognuno sono convinto, nel bene come nel male, vanno contestate, sempre e solo, le proprie, oggettive responsabilità.
E certo non possiamo accusare il Popolo Siciliano, nella sua interezza, di essere immobile o immobilista. La verità è un´altra.
Le elité legate al nuovo potere, piemontese e italiano poi, hanno loro concrete responsabilità che non possono certo essere così tranquillamente scaricate sul Costituzionalismo siciliano né sulla nostra tradizione statuale ( allora in quasi tutto il mondo declinata nella forma monarchica) .
Quanto poi all´insinuante affermare che alla Sicilia rimasero le vecchie prerogative, abbia il coraggio, Professore, di scrivere e dire che le uniche prerogative mantenute dal nuovo padrone sabaudo, sino alla conquista nel 1946 dell´Autonomia Statutaria, furono quelle dell´impunità per i suoi sostenitori, per i picciotti di mafia al loro servizio e per i baroni italianizzati, cioè per quella categoria antropologica e parapolitica che Noi definiamo ASCARI.
Mi permetta poi di contestare, fermamente quanto garbatamente, l´idea che Garibaldi incarnerebbe il contraltare al particolarismo siciliano.
Ancora una volta, caro Casarrubea, occorre il coraggio intellettuale di chiamare le cose con il loro nome: Garibaldi non era e non fu mai un internazionalista.
Fu semmai un avventuriero, un mercenario internazionale, che più che combattere il colonialismo e la servitù se ne fece subdolo strumento in nome, in Sicilia, del disegno della superpotenza per eccellenza di allora: l´Inghilterra.
Inghilterra che lo guidò, supportò, difese e che era pronta a intervenire militarmente in caso ( eventualità ritenuta probabile visto il dispiegamento di truppe inglesi ) di sconfitta.
Poi voglio chiederle, davvero professore Ella è convinto che quello Stato Unitario fu diga contro le mafie?
Vorrei ricordarle sommessamente quanto fermamente già Cesare Abba testimoniava nelle sue memorie che tra i "liberatori" di Garibaldi vi erano i pochi raccomandabili "picciotti" che altro non erano che i mafiosi di allora.
Professore è un suo diritto innamorarsi delle verosimiglianze che studiate da giovane, poi introiettate oggi ripropone ma è altresì mio, nostro diritto, e dovere, ristabilire il senso e la verità storica su fatti e uomini e processi politici.
Ella, al pari di tanti altri, non vuole, non sa fare differenze tra carnefici e vittime, tra veri Rivoluzionari e veri Conservatori.
Ella davvero crede che la storia si faccia ex post ?
Se pur difendo il suo diritto personale a pensarla come meglio crede è pur vero che un antico, riconosciuto Popolo non può essere ricondotto, ridotto a una idea come la sua, ovviamente personale e personalizzata, di storia siciliana e dei suoi movimenti sociali, politici che definirei riduttivamente semplicistica.
In conclusione credo davvero che la doppia pagina de " La Repubblica" - edizione di Palermo sia uno degli esempi più coerenti e paradigmatici di NEGAZIONISMO STORICO e di CONSERVATORISMO POLITOLOGICO DI MARCHIO CENTRALISTICO e di ESCLUSIVISMO MONOCULTURALE che da anni mi è capitato di leggere.
Concludo queste mie contro-deduzioni dicendo che tra "il vento del nord" di nenniana memoria e "il vento avvelenato dell´indipendentismo" evocato nell´occhiello dell´intervento di Santino sta terzo e montante IL VENTO DELLA SPERANZA dell´Indipendentismo democratico, pacifista e antimafioso che offre finalmente una alternativa sociale e politica rispetto un SISTEMA davvero triste sia che lo rappresentino certi autonomisti che certi centralisti di destra , centro o sinistra.
Distinti Saluti
Fabio Cannizzaro
Vice Segretario
FRUNTI NAZZIUNALI SICILIANU -SICILIA INDIPINNENTI
Palermu, 07 Ahustu 2008

venerdì 1 agosto 2008

La "COSCIENZA NAZIONALE" del Sud-

Ricevo e pubblico....
Considerazioni su una possibile Autonomia del Sud
di
Antonio Pagano
La popolazione del Sud della penisola italica ha una sua precisa identità, una «coscienza nazionale», che si fonda su oltre mille anni di comuni tradizioni, di lingua, di cultura, di organizzazione territoriale e di vicende storiche. Il tempo, che il Sud ha trascorso finora nell’Italia unita, non è in pratica neppure un decimo della sua lunga storia, troppo poco perché possa essere determinante per un cambiamento della propria identità. Infatti, nonostante la forzata annessione agli altri popoli della penisola, avvenuta nel 1860, cioè da quasi un secolo e mezzo, per l’opera violenta delle armi savojarde, la «coscienza nazionale» del Sud non è mai venuta meno. È, d’altra parte, sotto gli occhi di tutti che al Sud, nonostante la mescolanza di usi e costumi differenti, non è mai diminuita la tipicità degli idiomi, del carattere, della mentalità, delle abitudini e perfino delle prospettive, assai diversi da quelli delle popolazioni del centro-nord. Inoltre si assiste al fatto che questa «coscienza nazionale» si sta rapidamente risvegliando tra i Meridionali, molto più che nel Nord leghista, dove tra l’altro non è quasi mai esistita una tradizione comune. Quasi tutto il Sud ha comuni radici greche, risalenti al 1000 a. C., e nella parte continentale una comune origine etnica osca ancora precedente, ed era già uno Stato unito fin dal 1130, mentre il Nord ha diverse origini: galli, cimbri, franchi, etc., e la sua storia si basa soprattutto sulle comunità feudali (i cosiddetti liberi Comuni), a volte non più grandi delle mura di una città. Si può affermare che solo da 140 anni il Nord italico vive in un unico Stato. Esemplari, inoltre, sono le più che evidenti differenze con le popolazioni tedesche del Sud Tirolo (che l’Italia chiama Alto Adige) oppure con quelle francofone della Val d’Aosta. Come si vede, gli «italiani» non esistono e, in prospettiva, ci vorrebbero migliaia di anni per «farli». Una «nazione» italiana, dunque, nel vero senso che ha questo concetto, non esiste ancora, né se ne può prevedere il tempo della formazione. Cos’è, allora, questa Italia «unita»? Un’invenzione. Una invenzione che fa comodo a molti. Come lo è l’Europa unita. A proposito di Europa, dato che, con l’imposizione della nuova sistemazione politica, sono stati aboliti i confini tra gli Stati dell’Unione e unite le diversissime popolazioni con il solo collante della moneta unica, si osserva che, per reazione a questa forzata e innaturale unione, stanno riemergendo in alcune zone le molte «coscienze nazionali» dalle origini lontane nel tempo. A parte il Regno Unito, che ha conservato sin dal suo sorgere le differenze geopolitiche delle nazionalità al suo interno, con i conseguenti problemi identitari, la Spagna, lo Stato a noi piú vicino per carattere e vicende storiche, ha anch’essa da sempre forti contrasti nel suo interno, esempio la Catalogna. Quest’ultima è cioè formata da un popolo accomunato dalla storia, dalla lingua, dalle tradizioni, dalla cultura completamente diverse, pur dopo secoli di comunanza, da quelle castigliane. La Castiglia si originò con i Visigoti circa nel 550 d.C., mentre la regione catalana si formò con i Franchi nel 785. Il Principato di Catalogna e il Regno di Castiglia in seguito vissero aggregati dal 1479 al 1714, anno in cui Filippo V, con la violenza delle armi, si annesse la Catalogna e formò quello che oggi si chiama Regno di Spagna. Tra l’altro la Spagna, nel 1579, era riuscita anche ad annettersi il Portogallo, unificando cosí tutta la penisola iberica, ma la diversità dei due popoli portò fine a questa forzata unione nel 1640, quando il Portogallo ritornò indipendente. Insomma anche l’unificazione della penisola iberica non fu un avvenimento naturale, ma violento per le mire politiche dei governanti. Dopo vari avvenimenti, nel 1979, la Catalogna riuscí a costituirsi in Comunità autonoma e oggi è la regione piú ricca della Spagna Altro esempio da prendere in considerazione, questa volta in casa nostra, è il Tirolo "italiano". Costituito in Provincia Autonoma, i suoi abitanti hanno oggi un P.i.l. pro capite di 38.562 euro, vale a dire uno tra i dieci piú alti d’Europa e con un quasi inesistente tasso di disoccupazione. Neanche da metterlo a confronto con quello del Sud che non è autonomo. Quella catalana e, per certi versi, anche quella tirolese, dunque, sono vicende un po’ simili a quella del Sud Italia, anch’esso annesso con la violenza delle armi, che non si può capire se non si guarda al suo passato. Il Sud - è necessario sempre ricordarlo - si trova nelle attuali condizioni di sottosviluppo non per propria incapacità (come si vuole far credere in ogni occasione per meglio dominarlo), ma perché brutalizzato dalle armi savojarde che l’hanno ridotto a colonia, continuando ancora oggi a sfruttarlo e a gettare continuamente fango sulla sua gente, soprattutto con la piú grande delle menzogne: il cosiddetto "risorgimento". Questo "risorgimento", infatti, - anche questo è necessario sempre ricordarlo - fu il "risorgimento" del solo Piemonte, che prima del 1860 stava affogando in un mare di debiti e che "risorse" rapinando tutta la penisola, particolarmente il ricchissimo Sud. Poi, il Piemonte, vincitore, raccontò la "sua" storia affibbiando il "risorgimento" anche al Sud, dicendo che era venuto a "liberarlo" dalla "dittatura" borbonica. Però, per fare questa "liberazione", rapinò e devastò le terre del Sud con oltre dieci anni di criminale dittatura e compiendo una feroce pulizia etnica con l’assassinio di molte centinaia di migliaia di persone recalcitranti che non volevano diventare "italiani" e favorendo pure, con leggi ad hoc in favore del Nord, una biblica emigrazione dal Sud. Il fatto che ancora oggi lo Stato italiano continua a celebrare il "risorgimento" come "gloria italiana", per il Sud ha lo stesso significato che si avrebbe nel caso che i nazisti, se avessero vinta la II guerra mondiale, imponessero oggi agli ebrei di celebrare le "glorie del III Reich". Le celebrazioni del "risorgimento" e del bicentenario del criminale Garibaldi sono la prova provata che questa Repubblica, che si proclama "italiana", è in realtà ancora quella del regno savojardo-piemontese del 1860, altrimenti avrebbe rispetto per il Sud, lo considererebbe "italiano" e non l’offenderebbe con queste squallide celebrazioni. Ben sanno i "celebranti" che i veri avvenimenti del "risorgimento" non sono quelli che celebra, ma ben altri: avvenimenti grondanti di sangue innocente, di ladrocinii, di frodi e devastazioni a danno dei Meridionali. O si deve presumere che sia proprio questo che si vuole celebrare? Se è cosí, allora, viva i Ladri e gli Assassini! Al Sud, intanto, le tasse aumentano, ma la qualità dei servizi non migliora affatto. Nel 2005 i contribuenti del Mezzogiorno hanno versato alle casse comunali 229 euro pro capite contro i 175 euro del 1994. Al contrario, al Nord, le entrate tributarie comunali sono scese da 358 a 350 euro pro capite. Tra il 1994 e il 2005, il gettito pro capite dei tributi è cresciuto a valori costanti del 29% circa, contro un incremento nazionale del 5,1%. Questo il quadro tracciato da uno studio pubblicato sulla "Rivista economica del Mezzogiorno", trimestrale della Svimez edita da Il Mulino e in uscita in questi giorni. Se questa è l’Italia unita, l’Italia che continua a farci la guerra, con armi ben piú pericolose dei cannoni e fucili del Cialdini, quale senso ha oggi restare ancora uniti all’Italia-Piemonte? Considerando che siamo tutti cittadini europei, non cambierebbe la sostanza dell’Unione Europea se si modificassero questi innaturali confini ottocenteschi. Confini che ormai non ci sono piú ed hanno unicamente funzione amministrativa. Non si commetterebbe alcun peccato mortale se noi del Sud ritornassimo ad amministrarci autonomamente al di fuori dello Stato italiano, tanto saremmo sempre in Europa, ma almeno liberi di poter sviluppare una nostra economia e una nostra società; e finalmente liberi di non dover piú subire le infami celebrazioni dei bicentenari degli assassini figli dello squallido "risorgimento" piemontese. Che se le facciano loro, a Torino. I nostri eroi, le nostre celebrazioni, hanno ben altri valori.
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