lunedì 17 marzo 2008

LIBERTA' PER IL TIBET

Ricevo da "NESSUNO TOCCHI CAINO"...
SATYAGRAHA. PANNELLA: "PASSO ALLO SCIOPERO DELLA FAME ANCHE PER LE PAROLE DEL DALAI LAMA"
14 marzo 2008: Marco Pannella ha deciso di passare dallo sciopero della sete, durato otto giorni, a quello della fame. “Uno dei motivi che ha concorso a farmi prendere questa decisione è anche la notizia che il Dalai Lama, nel corso delle sue preghiere, ha ricordato lo sciopero della fame e della sete che ho condotto per il rispetto della parola data e per il Satyagraha Mondiale per la Pace lanciato nei giorni scorsi”, ha dichiarato il leader radicale in una conferenza stampa svoltasi alla Camera dei Deputati. Karma Chopel, Presidente del Parlamento Tibetano in esilio, e Dolma Gyari, vice-presidente, avevano espresso sostegno perché credono sia un dovere civile e morale aiutare chiunque persegua l’obiettivo dell’affermazione dello stato di diritto attraverso mezzi nonviolenti, mentre dagli organizzatori della Marcia per il Tibet, da parlamentari europei ed italiani, molti con doppia o tripla tessera radicale, è cresciuto il sostegno a Rebya Kadeer, leader del popolo Uiguro e iscritta al Partito Radicale Nonviolento, per l'arresto e il maltrattamento dei suoi due figli da parte delle autorità cinesi nella regione del Turkestan dell'est. Per lei e per Marco Pannella avevano pregato spontaneamente i monaci e le monache tibetane che rappresentano la stragrande maggioranza dei marciatori. Kok Ksor, leader dei Montagnard (comunità cristiana perseguitata in Vietnam) ed iscritto al Partito Radicale Nonviolento, ha reso noto che oltre 300 montagnard hanno fatto lo sciopero della fame l’8 ed il 9 marzo in solidarietà con l’inizio della lotta avviata da Marco Pannella per affermare il valore della parola data e dei patti, nei rapporti internazionali o personali, obiettivo che riguarda la realtà italiana come parte di una lotta che ha una dimensione politica transnazionale e globale.Grazie allo sciopero della sete di Marco Pannella ha preso corpo una richiesta, quella anche del Dalai Lama, alla Cina, di libertà per tutti i cinesi e nell’ambito di questa, di riconoscimento dell’autonomia per il Turkmenistan ed il Tibet.La delegazione del Partito Radicale Nonviolento, composta da Sergio D'Elia, deputato e Segretario di Nessuno tocchi Caino, Matteo Mecacci e Marco Perduca, Vice Presidenti del Partito Radicale Nonviolento, che partecipano alla Marcia nonviolenta partita da Darmanshala fino al Tibet ci informa che le autorità indiane del distretto di Kangra, nel nord dell’India, hanno prima arrestato e detenuto per 10 ore oltre 100 dei partecipanti alla “Marcia fino in Tibet”, per poi condannarli a 14 giorni di fermo per essersi rifiutati di firmare un impegno a non proseguire la marcia. Sono attualmente nel centro di detenzione di Yateri Niwas.Se entro i 14 giorni di fermo non sarà sottoscritto tale impegno, i militanti tibetani rischiano fino a 5 anni di carcere in base ad una legge che regola la presenza degli stranieri in India.Sui sanguinosi scontri di Lasha, il Dalai Lama ha detto che l’unità e la stabilità sotto la forza bruta sono, nell’ipotesi migliore, una soluzione temporanea e che è irrealistico aspettarsi unità e stabilità sotto questo tipo di governo. Quindi non si può arrivare a una soluzione pacifica e duratura se continueranno questo tipo di cose. Il Dalai Lama si è anche appellato al Governo alla leadership cinesi affinché fermino l’uso della forza e inizino a rivedere i propri sentimenti nei confronti del popolo tibetano attraverso il dialogo, ma ha anche chiesto ai suoi tibetani di non utilizzare mai la violenza.La manifestazione è a favore della libertà del Tibet, ma mentre alcuni dei marciatori, che vogliono andare avanti per 6 mesi, ritengono che il Tibet debba essere indipendente, questa non è la posizione del Dalai Lama. Il Partito Radicale Nonviolento è con il Dalai Lama a favore di un’autonomia, che pera ltro la Costituzione cinese garantisce, almeno sulla carta, pertanto si sta cercando, da una parte, di mantenere il rispetto della parola data dal leader spirituale tibetano agli indiani, dall’altra di consentire, a chi ha altre idee, di manifestarle in modo pacifico e nonviolento come succede ormai da 4 giorni.

1 commento:

non mi arrendo ha detto...

Tibet, Genocidio Culturale



«Qualche organizzazione internazionale rispettata potrebbe accertare quale sia la situazione in Tibet e quali le cause» dei disordini, ha dichiarato il Dalai Lama nella conferenza stampa tenuta nella località indiana di Dharmsala, dove risiede in esilio: «Che il governo cinese lo ammetta oppure no, esiste un problema: un’antica tradizione culturale è in serio pericolo. Intenzionalmente o no, è in corso una sorta di genocidio culturale».Il Dalai Lama ha poi denunciato il «regime del terrore» imposto in Tibet dalla Cina, rifiutandosi però di lanciare un appello per il boicottaggio dei Giochi olimpici di Pechino: «Desidero che i Giochi si tengano: il popolo cinese ha bisogno di sentirsi fiero, la Cina merita di accogliere i Giochi olimpici»; ma «occorre ricordare a Pechino che ha l’obbligo di comportarsi in modo consono a chi ospita le Olimpiadi».Secondo il governo tibetano in esilio sono almeno 80 i morti accertati nelle manifestazioni anticinesi a Lhasa, mentre i feriti sarebbero almeno 72: le autorità di Pechino - che hanno imposto ieri il coprifuoco - hanno parlato invece di dieci morti; secondo la televisione di Hong Kong una colonna di 200 veicoli da trasporto truppe si sta dirigendo verso la capitale tibetana.Almeno tre tibetani sono stati uccisi da colpi di arma da fuoco nel corso di una manifestazione di protesta svoltasi a Ngawa, distretto a maggioranza tibetana nella provincia cinese di Sichuan e alla quale hanno partecipato circa 200 persone: lo hanno reso noto testimonianze locali. «I manifestanti hanno attaccato un commissariato della polizia, hanno dato fuoco a delle autopattuglia e gli agenti hanno sparato... Ho visto tre persone uccise», ha riferito un testimone; ma secondo il Centro per i diritti umani e la democrazia, con sede in India, pare che le vittime siano già salite a sette, uccise dalla polizia che ha aperto il fuoco contro monaci e civili che stavano «manifestando pacificamente».
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