martedì 16 dicembre 2008

"ITALIANI BRAVA GENTE?" (di Angelo Del Boca)

"Deportazioni di massa, bombardamenti con bombe di iprite, campi di concentramento, rappresaglie indiscriminate, stragi di civili, confisca di beni e terreni.
Le pagine nere dei crimini commessi dalle truppe italiane in Eritrea, Somalia e Libia.
Una politica coloniale all'insegna del mito sugli «italiani, brava gente». L'Italia repubblicana non ha ancora fatto i conti con l'«avventura coloniale» del fascismo, favorendo una storiografia moderata o revanscista."
I paesi europei che hanno partecipato alla spartizione dell'Africa, si sono macchiati, tutti, indistintamente, dei peggiori crimini.
E' un dato suffragato da episodi sui quali esiste, nella memoria e negli archivi, una documentazione imponente.
Cominciarono i boeri, due secoli fa, massacrando le popolazioni indigene del Sudafrica, in modo particolare gli Ottentotti, gli Zulù e gli Ama Xosa.
Gli inglesi non furono da meno, nel Sudan, quando si trattò di annientare la resistenza mahdista.
Negli stessi anni i francesi demolivano, l'uno dopo l'altro, i regni Bambara, Mossi, Fulbe, Mande, Yoruba, dalla Mauritania al Ciad, dal Senegal al Gabon.
Poi intervennero i tedeschi, i quali fecero scempio degli Herero e dei Nama, nell'attuale Namibia, mentre i belgi colonizzavano il Congo con metodi spietati.
Le stragi di popolazioni africane continuarono anche dopo la seconda guerra mondiale, quando il periodo coloniale sembrava ormai concluso.

Per continuare a leggere, CLICCA : www.terraeliberazione.org/delboca1.htm
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La foto è stata postata dal blog

3 commenti:

Nuccio Nicosia(Avola-Sr) ha detto...

Ma che cosa c'entra questa foto? Quei soldati italiani sono morti per l'onore! Cosa c'entra il colonialismo? La verità è che siete ODIOSI!
V E R G O G N A T E V I!
Nuccio Nicosia,italiano di Avola

Paolo Marini ha detto...

"Italiani brava gente?" e la fotografia contestata
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La Campagna del Nord Africa, conosciuta anche come Guerra nel Deserto, si riferisce ad un teatro di guerra in cui si confrontarono italo-tedeschi da una parte e Alleati dall’altra tra il 1940 e il 1943. L’esercito italiano in Libia, forte di 200mila uomini, ma del tutto impreparato ad una guerra moderna, aveva invaso, nel settembre del 1940, l’Egitto, difeso da 30mila soldati inglesi, con lo scopo di impossessarsi del canale di Suez. Dopo qualche successo iniziale nel dicembre dello stesso anno gli inglesi iniziarono la loro controffensiva. Quando Mussolini chiese aiuto ad Hitler, la Germania inviò alcuni reparti della Luftwaffe e l’Afrika Korps con al comando di Erwin Rommel, che sarebbe divenuto celebre come la Volpe del deserto. Dopo una serie di offensive in Libia e in Egitto, la decisiva vittoria di El Alamein costrinse le forze italo-tedesche ad abbandonare la Libia e ad attestarsi in Tunisia.
L’asse italo-tedesco poteva contare su 80mila uomini, 200 carri armati e 345 aerei, mentre gli inglesi, guidati da Montgomery, potevano schierare 230mila uomini, mille carrarmati e altrettanti aerei. Il piano di Montgomery consisteva nel fingere un attacco a sud , dove c’era il reparto della Folgore per poi invece concentrare le forze a nord senza farsene accorgere (per quasto piano ingaggiò uno sceneggiatore, Barkas, e un illusionista, Maskelyne, che dovevano mimetizzare le forze concentrate a nord). L’avanzata inglese fu netta ma Hitler ordinò la resistenza ad oltranza fino alla morte. Rommel lo accontentò ma dopo pochi giorni dovette ripiegare con soli 30 carrarmati e pochissima benzina, tuttavia riuscì a non farsi accerchiare. Quando però sbarcarono anche 100.000 americani per l’esercito dell’Asse non ci fu più niente da fare. In questo contesto i paracadutisti della Folgore impegnarono e resistettero per 13 giorni al 13° Corpo d’Armata Inglese che a sud doveva fingere l’attacco mentre invece dovette impegnarsi fino alla fine in una dura battaglia. I Parà italiani erano partiti in 5.000 e si arresero in 304 con l’onore delle armi.
Ora,signor Nicosia, al di là della cronaca militare, quello che mi chiedo è perché nella nostra città, ogni anno, si debba onorare coloro che combatterono al fianco di Hitler in una campagna di aggressione al nord Africa. Il comportamento che l’esercito italiano tenne in quelle zone dal 1911 al 1943 dovrebbe essere fonte di vergogna e non di onore! L’unica cosa certa è che la presenza italiana in Libia, caratterizzata da massacri di civili, deportazioni in campo di concentramento, bombardamenti indiscriminati verso la popolazione civile, parla di un vero e proprio genocidio di 500mila persone. Sono proprio questi 30 anni di massacri che la "valorosa" Folgore si vanta di aver difeso, in nome della Patria e dell’alleanza Mussolini-Hitler.
Commemorare una guerra è già un errore, lo è ancor più quando il ruolo avuto nella guerra in questione è quello di aggressori e per di più senza alcun risultato. Signor Nicosia,scenda da dove si trova,la foto che lei ha contestato, perchè considerata "fuori posto" sintetizza in pieno la natura aggressiva della guerra dell'Italia di Mussolini,altro che "morti per l'onore"!
Complimenti al blog.

Paolo Marini (Teramo)

Teresa C.Nocera ha detto...

Mi permetto di postare questo articolo del Corriere della sera del 21 Gennaio 2008-
Credo,che è veramente ODIOSO e VERGOGNOSO chi,alla fine del 2008,continua a ritenere che il colonialismo italiano "interno" e quello nei Balcani e in Africa non sia mai esistito. E' esistito.Esiste ancora,a casa nostra,da Avola a Isernia,dove vivo io.
Tanti saluti a Orazio e alla Sicilia,Teresa Nocera,giornalista
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Centinaia di prigionieri morirono di stenti nel campo di Giado tra il 1942 e il ‘43 Libia, l’orrore nel lager italiano L’ordine: sterminate i deportati ebrei. All’ultimo momento la revoca di DARIO FERTILIO

Giado, centottanta chilometri a sud di Tripoli, praticamente il nulla nel nulla. Era un campo di concentramento italiano costruito nel 1942 e riservato agli ebrei libici, un nome taciuto per anni e invece ora da sottolineare con l’inchiostro nero. Perché fu là, dove oggi spuntano solo rovine e filo spinato mezzo inghiottiti dal deserto, che l’esercito del Duce si macchiò del delitto più grave in termini numerici, una violenza gratuita sui prigionieri: almeno 560 uomini, donne e bambini morti di fame, di malattie, di stenti e brutalità. Gente colpevole soltanto di essere ebrea. Nessun altro luogo, includendo l’isola di Arbe nel Quarnero, fu teatro di stragi «italiane» numericamente più rilevanti. E avrebbe potuto andare ancor peggio se l’ordine estremo, annunciato e sul punto d’essere eseguito, fosse stato confermato.


Invece una revoca, letteralmente dell’ultima ora, evitò ai circa duemila prigionieri maschi del campo, già in fila per l’esecuzione, una soluzione finale alla nazista. Proprio quella agghiacciante disposizione, Uccideteli tutti, dà il titolo al saggio dello storico- giornalista Eric Salerno, appena uscito dal Saggiatore. Già autore di reportage sulle guerre coloniali italiane, e corrispondente dal Medio Oriente, Eric Salerno punta questa volta sui rari superstiti, spesso testimoni oculari, di quei tempi ormai lontani, sforzandosi di confrontare i racconti, svelare le connivenze, soffiare via dai nomi delle vittime la polvere dell’oblio. Non tutti gli obiettivi sono raggiunti: le testimonianze orali non compensano la scarsità dei documenti; le date degli eventi sono approssimative; i nomi degli aguzzini in divisa italiana restano sconosciuti. Anche quello del comandante del campo un ufficiale dell’esercito è disperso negli archivi oppure (come ipotizza l’autore) forse in passato è stato fatto sparire per sviare le ricerche.

E soprattutto manca il nome di chi diede quell’ordine di uccidere. Eppure, nonostante tanti lati oscuri, il racconto di Eric Salerno prende alla gola, soprattutto per le vivide testimonianze. La scena culminante è del 1943, «una ventina di giorni prima della vittoria britannica», quando a Giado gli italiani hanno i nervi a fior di pelle perché sanno che presto arriveranno gli inglesi, e forse toccherà a loro stessi finire in prigionia. Temono che, rovesciati i ruoli, gli ebrei siano destinati a trasformarsi in accusatori? Meditano di far terra bruciata preventiva per salvarsi? possibile: così si spiegherebbe perché decidano di radunare sotto la bandiera tutti gli ebrei maschi; ecco perché il comandante italiano «in tono tranquillo» annuncia ai prigionieri «una cattiva giornata», aggiungendo sadicamente «abbiamo ricevuto l’ordine di uccidervi tutti». Per non parlare dell’avviso: i 480 malati ricoverati nell’ospedale del campo «saranno fatti scendere nello scantinato e bruciati ». I racconti abbondano di altri particolari drammatici: gente che si getta a terra invocando Dio; il rabbino Yosef, avvolto nel suo scialle per la preghiera, trascinato nel centro del campo da un militare imbestialito («questo è il momento per uccidere, non per pregare!»).

E tre ore di attesa mortale, fra le otto e le undici del mattino, con i reclusi affamati e assetati in attesa dell’ordine di esecuzione. Infine, alle undici e mezzo, il telefono squilla. Una voce annuncia che la disposizione è annullata: liberi tutti i prigionieri. Il che non evita episodi di sadismo gratuito: uno dei rabbini è costretto a spazzare il recinto del campo con la barba. Resta il dubbio: quell’ordine di liquidazione risaliva davvero a Mussolini? Avrebbe potuto macchiarsi di un simile delitto quello stesso Duce che nel marzo 1937, un anno e mezzo prima della promulgazione delle leggi razziali, era stato accolto dalla comunità israelita di Tripoli con fiori, ovazioni e benedizioni, constatando che i commercianti ebrei italiani si erano dimostrati il vero, prezioso tessuto connettivo delle colonie africane? Per quei meriti avevano ricevuto in realtà una terribile ricompensa: deportati dalla Cirenaica in Tripolitania, costretti ai lavori pesanti, infine rinchiusi a migliaia a Giado.

Il cinismo di Mussolini, del resto, è testimoniato dallo scambio di messaggi con il governatore della Libia Italo Balbo: quest’ultimo, ancora nel gennaio del ‘39, si sforzava di indurlo a «non infierire», dal momento che «gli ebrei erano già morti». Ma la risposta del capo del fascismo era stata: «Ti autorizzo all’applicazione delle leggi razziali», «ricordandoti che gli ebrei sembrano ma non sono mai definitivamente morti». Restano, oggi, pallidi ricordi di quelle vittime, ancora più struggenti perché anonimi (di soli ottanta scomparsi a Giado Eric Salerno ha potuto ritrovare le generalità). Con un risvolto amaramente ironico: tutta la vicenda anche in Israele è poco conosciuta. Forse perché, come ricorda Salerno, «per decenni venne insegnato che l’Olocausto era patrimonio degli ebrei europei, soprattutto ashkenaziti». Su quel che accadde in Libia, e sugli aguzzini italiani, dovunque calò un silenzio piuttosto assordante. «I non pochi criminali di guerra italiani, per volontà degli Alleati, non sono mai stati processati o puniti».