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giovedì 13 novembre 2008

AGLIO CINESE A TRECASTAGNI(CT)...

Ricevo e pubblico...
Arrivata a casa,a Catania,non volevo credere a quello che mi faceva notare mia nipote.Avevo acquistato a Trecastagni,nel mercatino domenicale,dell'aglio cinese.

Sono preoccupata!
E,la mia preoccupazione nasce dal fatto che la confezione riporta diciture solo in cinese.
Cosa contiene quest'aglio?
Forse,nella confezione c'è scritto,ma non capisco il cinese.
Sono ignorante,ho insegnato per trent'anni solo latino e greco...
prof.Maria Privitera-Catania
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lunedì 3 novembre 2008

Domani è il 4 novembre...LUTTO!

Ricevo da press @ PNV pubblico....
Quattro cose sul quattro novembre
Moneglia, Repubblica di Genova, 2 novembre. Una giornata di sole autunnale, il mare tra l´azzurro e il grigio, lievemente mosso, alcuni bimbi biondi, forse tedeschi, che si buttano tra le onde, incuranti dell´acqua fredda ma non più di quanto lo sia l´aria, frizzante, pulita, aria ligure, sempre vagamente odorosa di mimosa. La dolcezza delle piccole onde d´acqua, e di quelle minime di sabbia, la dolcezza del clima e del cibo, la focaccia al formaggio, viene turbata dall´apparizione subitanea di un turpe manifesto, dove è scritto:
"4 Novembre. In onore dei caduti, in difesa della pace".
Vi si vedono le "Frecce tricolori" volteggiare, e sotto la firma in piccolo della locale amministrazione comunale. Un brivido di orrore mi assale ogni volta che sento evocare la grande guerra, chiamata così da piccoli storici e minimi statisti, pronti a farsi belli del sangue degli altri, una dei maggiori massacri della storia, una vergogna senza fine. Ma come sono svergognati, osceni, squallidi e tristi i politici di ITA, che sviliscono la storia per il loro bieco fine, di mantenere 60 milioni di individui in schiavitù, perfino utilizzando il sangue innocente di 600.000 mila morti tra il 1915 e il 1918, e molti dopo per i traumi e le ferite subite. E allora per questi morti, alla memoria di questi bambini sacrificati da ITA e da numerosi altri stati rapaci e assassini, da imperi moribondi e da presidenti "idealisti", vorrei ricordare, qui ora, quattro cose, per questa data infausta. E farne materia di pubblica riflessione.
1. La Prima Guerra Mondiale, quella che un papa illuminato come Benedetto XV (genovese) chiamò "inutile strage", è stata probabilmente la più insensata carneficina di Stato della storia, con numeri tali da far impallidire Hitler e Stalin. Riporto di seguito una tabella dei morti, assai interessante, per quanto sia difficile una contabilità precisa. Anche se ovviamente lo Stato sabaudo la tentò, durante le trattative della pace di Versailles, per "mettere sul piatto" un bel numero di cadaveri. Non ricordo la cifra ma era proprio esatta esatta, tipo 621.345, una cosa da ragionieri precisini precisini come notoriamente sono i ragionieri dello Stato, i burocrati che tengono conto di quante sono le ghiande nel Porcile.
VITTIME
Penso che non ci sia niente da aggiungere.
2. Al contrario di quanto dicono i servi di ITA, assessori, professori, pennivendoli, scrivani, scribi e farisei, onorevoli, deputati, senatori, rappresentanti delle forze armate di terra, cielo, mare, compresi i poveri amministratori del feudo di Moneglia, l´Italia non difese una mazza di niente. Aggredì l´Impero austro-ungarico dopo un voltafaccia repentino, in maniera ignobile. Il Piave mormorò dalla vergogna e dall´imbarazzo, il 24 Maggio 1915, dalla tristezza infinita nel vedere migliaia di giovani andare a morire per niente, 600 mila morti per conquistare territori dove vivevano, in pace, 400 mila "italofoni" (più o meno) che poi d´allora innanzi hanno fatto se non di tutto, molto per ritornare all´Austria. Quella vergognosa guerra rappresentò il culmine del disprezzo e della violenza perpetrata sugli "Italiani" dal governo sabaudo a partire dal 1859, uomini o più spesso bambini erano considerati carne da macello, personaggi biechi, che sembravano usciti da un romanzo di Sade, come Graziani e Cadorna, facevano fucilare i loro uomini con una facilità estrema: una volta, come racconta di recente in Milord Edgardo Bartoli, Andrea Graziani - il futuro boia di Mussolini in Africa, il Kaltenbrunner "de noaltri" - fece fucilare un soldato italiano perché al suo passaggio non si era tolto il sigaro di bocca. Lo sanno questo gli amministratori pubblici che lordano i muri di Moneglia, della Liguria e del Veneto tutto, con cotale sudiciume, rettorico e falso? Forse no, forse sì, e continuano a propagare una menzogna dalle gambe lunghe, che svilisce loro per primi. Per fortuna vi sono sempre più storici che, privi dei paraocchi e delle briglie fornite da politici-cocchieri, guardano a quella strage - 65 milioni di morti, come se tutti gli abitanti di Italia e più della metà di quelli della Svizzera fossero spazzati via - come alla vergogna che è stata. Penso ad esempio ad esempio a Dynamic of Destruction: Culture and Mass Killing in the First World War di Alan Kramer (OUP, 2007).
3. Per cui, la mia terza idea è questa: si dichiari il 4 Novembre il vero giorno dei morti, non il 2, o si faccia un secondo giorno dei morti. Il primo giorno ricorreranno i morti tutti, che la natura ha portato via. Il secondo, i morti per la protervia, l´ambizione e la nequizia degli Stati, e il 4 Novembre è data perfetta
.
4. In ultimo: il manifesto monegliese, con le frecce tricolori, mi ha riportato alla mente un episodio di cui è ricorso il ventennale quest´anno. Un´altra "piccola" strage MADE IN ITA. Ma che val la pena ricordare. Le frecce tricolori erano intente, in quel di Ramstein, in Germania, in un terso giorno d´Agosto, a disegnare la figura acrobatica del "cardiode", una sorta di cuore, sui cieli germanici. Bene, per errore umano o per chissà quale disdetta, il cardiode in questione fece cessare di battere 70 cuori, dopo averne ben bene abbrustolite le carni. Perché vi fu un incidente in aria, e alcuni aerei si scontrarono cadendo in fiamme al suolo.67 spettatori e tre piloti. Ora qualcuno può spiegare il senso di queste morti? Sono gli Stati nazionali di origine ottocentesca così duri a morire loro stessi, ma così abili nel far morire gli altri. Così la nostra pietà va verso i 65 milioni di morti della prima guerra mondiale, verso i 70 morti del 28 agosto 1988, ma non va verso chi si ostina a mantenere in vita cotali Stati, che continuano imperterriti a creare sciagure mentre stravolgono la storia, chiamando "vittoria" e "difesa patriottica" la pagina forse più nera della storia del genere umano, la prima guerra mondiale.
Paolo Bernardini-PNV-Partito Nazionale Veneto

venerdì 31 ottobre 2008

SULL'AZIENDALIZZAZIONE DELLA SCUOLA(intervento di Forza Nuova)

Ricevo da Forza Nuova e pubblico...
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RIFORMA GELMINI LE RAGIONI DEL NOSTRO NO!
Centinaia di migliaia di studenti, insegnanti e genitori stanno scendendo in piazza in ogni città d'Italia contro la Riforma scolastica del Ministro Gemini.

Lotta Studentesca, parte attiva in queste iniziative di protesta, vuole brevemente spiegare le ragioni del dissenso che la portano a manifestare in piazza con altre decine di sigle studentesche, anche di sinistra.La natura degli attacchi all'istruzione pubblica assume una portata ed un rilievo senza precedenti, nonostante non sia il primo degli attacchi alla scuola bensì il coronamento di un processo di disintegrazione iniziato quantomeno vent'anni orsono.Questi ultimi provvedimenti economici sono figli della sistematica deresponsabilizzazione dello stato nei confronti dell'istruzione, e si muovono nell'ottica si paragonare la scuola ad una qualsiasi azienda che debba seguire le leggi del mercato.
L'aziendalizzazione della scuola aprirà la porta ai privati, che prevedibilmente diventeranno i decisori della didattica e padroni della conoscenza.
Si tratta del compimento di un progetto che vede come obiettivo principale da una parte l'istituzione di poli d'eccellenza privati e alta formazione per pochissimi facoltosi, dall'altra percorsi formativi scadenti e senza servizi per tutti gli altri.
E questo è il punto principale del nostro dissenso.
Con la riforma Gelmini si trasformano le scuole in fondazioni private.
Nelle scuole-fondazioni i consigli d'istituto si trasformeranno in consigli di amministrazione, di cui faranno parte anche "rappresentanti dell'ente tenuto per legge alla fornitura dei locali della scuola ed esperti esterni scelti in ambito educativo, tecnico o gestionale", leggi "privati interessati".Contestiamo l'enorme taglio di finanziamenti statali alla scuola.
Attualmente, nel settore dell'istruzione, la spesa in rapporto al Pil nella media dell'Unione è pari al 5,1%.
L'Italia è già notevolmente al di sotto della media con una quota intorno al 3%.
I tagli promossi dalla Gelmini per manifesto volere del Ministro dell'Economia Giulio Tremonti, si aggirano intorno agli otto miliardi di euro.
L'effetto di queste misure colpisce innanzitutto gli organici: verranno tagliati i posti di 87mila insegnanti più alcune decine di migliaia di posti tra collaboratori scolastici, personale di segreteria etc.
Con i tagli dei finanziamenti per le assunzioni, al posto di molti docenti di ruolo avremo molti docenti precari: poiché le nomine sono solitamente annuali, ad ogni inizio scolastico cambieranno la maggior parte dei docenti, ossia vedremo distrutto completamente il principio della continuità della didattica.
A farne le spese saranno in primo luogo gli studenti, ma anche i giovani insegnanti a cui si vuole negare un futuro nel nome di una strana forma di "just in time".La volontà del governo di "fare cassa" sulla scuola avrà effetti non commensurabili e che danneggeranno il futuro di tutti gli italiani.
Stando a quanto detto dalla Gelmini, buona parte degli istituti "minori", ossia quelli con meno di 600 alunni verranno unificati.Complice la grave crisi economica in cui riversiamo, questo significherà un notevole aumento delle spese di trasporto degli studenti di provincia che incideranno negativamente sul bilancio famigliare.
Le ore settimanali di lezione verranno ridotte a 24 nella scuola primaria, con l'introduzione dell'ormai famoso "maestro unico".
La scuola primaria italiana, per quanto a nostro soggettivo avviso sia scaduta, è sempre stata una delle poche eccellenze nazionali.
Il maestro unico è un'idea che farebbe regredire l'Italia di almeno 50 anni.
Lotta Studentesca ha più riprese denunciato la nota ignoranza di molti dei nostri docenti, e per questo la specificità dell'insegnamento diviene ancora più rilevante. Sappiamo tutti che le nostri classi non sono più quelle di una volta.Infatti sono 700 mila, secondo le previsioni del ministero dell'Istruzione, gli studenti di origine straniera che si sono seduti sui banchi all'inizio del nuovo anno scolastico. La scuola italiana si trova di fronte a un boom che non ha precedenti neppure rispetto alle grandi cifre degli ultimi anni che hanno fatto registrare tra le 46mila e le 50mila nuove iscrizioni.
L'aumento rispetto alla stagione didattica 2007-2008, che aveva visto 574.133 studenti stranieri iscritti, sarebbe infatti di oltre 125mila nuove iscrizioni. Sempre secondo le stime del ministero, ai ritmi di crescita attuale del fenomeno, entro il 2011 si arriverà a quota un milione di studenti figli dell'immigrazione.
Gli studenti italiani già pagano il prezzo peggiore di questa immigrazione, ossia una progressiva scadenza della qualità della didattica, immaginiamo quindi cosa potranno imparare in una classe con una percentuale elevatissima di studenti stranieri gestita da un maestro unico!
Con più di 30 alunni il tempo che il docente potrà dedicare ai singoli studenti sarà sempre minore, buttando ai venti l'efficacia della sua azione educativa. Passiamo alla cancellazione nei fatti del "tempo pieno: una forma di attacco indiretto alla famiglia italiana.
I genitori entrambi lavoratori, ossia la maggior parte, non potranno che affidare i propri bambini ad istituti privati a pagamento. Anche qui, possiamo immaginare quali spese ulteriori dovranno affrontare le famiglie italiane.
e-mail: info@forzanuova.org
www.forzanuova.org
www.lottastudentesca.net/

sabato 4 ottobre 2008

CATANIA:ASSURDO DONO BERLUSCONI, INTERROGAZIONE EUROPEA

Ricevo da "Forza Nuova" e pubblico....
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Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha regalato alla giunta di centro destra del Comune di Catania 140 milioni di euro per risanare un buco nelle casse della città sicula.Per sistemare i conti ne servirebbero secondo alcuni 300 ancora, secondo altri ce ne vorrebbero almeno 700 e forse di più.
L'Onorevole Roberto Fiore di Forza Nuova non ci sta e protesta: "il dono del Presidente del Consiglio è fuori luogo ed anzichè risolvere i problemi di Catania finirà con l'inasprirli: non può essere lo stato a coprire buchi inspiegabili e che sanno di sporco senza pretendere chiarimenti su come e dove sono stati buttati i soldi di Catania. E' evidente il trattamento di favore nei confronti del farmacologo di Berlusconi, il sindaco Umberto Scapagnini, che nel luglio 2008 risulta indagato, assieme ad altri 40 funzionari comunali, per il buco di bilancio creato durante i suoi 8 anni di amministrazione." prosegue Fiore: "qualcuno ha comprensibilmente parlato dell'ombra della mafia: il Governo dovrebbe esigere chiarimenti e non salvare a priori l'amministrazione di centro destra dando vita ad un circolo vizioso. Per questo, sto preparando un'urgente interrogazione al Parlamento Europeo."

giovedì 2 ottobre 2008

Catania e i finanziamenti pubblici ricevuti.

Da:
Fronte Lombardia
A:
oraziovasta@libero.it
Oggetto:
Appuntamenti in TV
Ricevuto il:
02/10/08 17:44
Da domani, comincia l'appuntamento mattutino con l'Autonomismo Lombardo.


Su Telelombardia, nella trasmissione "Buongiorno Lombardia!", ogni venerdì mattina dalle 08.15 saranno ospiti rappresentanti del partito Lombardia Autonoma, federato al Fronte Lombardia.

Nella puntata di domani, sarà presente Max Ferrari, e l'argomento della trasmissione è il recente caso della città di Catania e i finanziamenti pubblici ricevuti.

Per chi non potesse assistere alla trasmissione, verrà trasmessa online nel giro di qualche giorno.

Vi informeremo sulla trasmissione digitale a breve.
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Il Comune di Catania è fallito, i conti in rosso sono almeno 300 milioni di euro, forse più di 800...

Ricevo e pubblico...
Il Comune di Catania è fallito, i conti in rosso sono almeno 300 milioni di euro, forse più di 800. Il medico dello psiconano Scapagnini invece di un benservito ha ricevuto un regalo, infatti “Il comitato interministeriale per la programmazione economica ha disposto uno stanziamento di 140 milioni per far fronte all’emergenza finanziaria dell’Ente”. Catania non è un caso isolato. Nel 2007 c’è stato il buco di Taranto con 316 milioni di euro. Pochi mesi fa la Ragioneria generale dello Stato ha trovato una voragine di 10.709 milioni di euro nel bilancio del Comune di Roma. I Comuni spendono i soldi che non hanno. E falliscono. In questi casi dovrebbe fallire il sindaco insieme al consiglio comunale. La differenza dovrebbero metterla loro, non noi, non le casse dello Stato.I Comuni, per fare soldi, si sono messi a fare le banche e a speculare sui derivati.I derivati secondo Wikipedia sono: “Titoli il cui valore è basato sul valore di mercato di altri beni che possono essere utilizzati per copertura di un rischio (hedging), utilizzando un derivato con effetto opposto all'operazione che si vuole coprire (ad esempio, una opzione put può coprire il rischio di un acquisto long di uno strumento finanziario)”.Non avete capito nulla? I sindaci neppure, per questo i Comuni falliscono.I derivati consentono di avere una liquidità immediata sui possibili utili. Per esempio, se si investe 100, si può incassare subito 150 (capitale più utili ipotetici). Le banche che propongono i derivati ricevono comunque le loro commissioni, spesso di qualche milione di euro, e sono esenti da ogni rischio. Se il derivato perde, il Comune perde tutto e deve restituire i soldi. Di solito la scadenza del contratto per i derivati è successiva la fine del proprio mandato. In sostanza, i debiti li paga il successore. I rischi da derivati per Comuni, Province e Regioni è di 10 miliardi di euro.In testa alla classifica dei Comuni alla Deriva, c’è Milano con una esposizione di 300 milioni di euro in derivati. La risposta della Moratti non si è fatta attendere. Il prossimo 16 ottobre il consiglio comunale valuterà se “intraprendere azioni legali contro le banche che hanno convinto il Comune di Milano a sottoscrivere diversi contratti derivati”. Quindi, UBS, Deutsche Bank, JP Morgan e Depfa.
In sostanza accusa le banche di circonvenzione di incapace.
Una tesi vincente.
Infatti, qualunque giudice, di fronte a un sindaco che ha investito i soldi dei cittadini in derivati, lo farebbe rinchiudere.
Beppe Grillo

mercoledì 24 settembre 2008

Nessuno si chiede perchè non sia un atto razzista e repressivo della integrità di unacomunità l'arrivo invasivo di centinaia di migliaia di persone

Ricevo e pubblico un intervento di Claudio Ghiotto del PNV di Vicenza in riferimento al Link: http://rarika-radice.blogspot.com/2008/09/pnv-lampedusa-poulismo-razzista.html
Condivido la posizione di Gianluca, anche se mi sento di aggiungere che occorre sempre entrare nelle scarpe degli altri per capire come stanno davvero le cose, e se questo è di per se difficile, lo è ancora di più con un luogo così lontano sia per situazione che per geografia, come lo è per noi Lampedusa.
La frase del sindaco è sicuramente deprecabile, è però vero che da Lampedusa si ricevono
notizie sconcertanti sull'autentica invasione che viene fatta su quell'isola.
Perchè nessuno si chiede se non sia un atto razzista e repressivo della integrità di una
comunità l'arrivo invasivo di centinaia di migliaia di persone?
Parlo di invasivo perchè seppure Lampedusa sia anche un luogo turistico, per cui immagino sia raggiunta anche da centinaia
di migliaia di turisti, essi sono come gli ospiti che chiedono il permesso o sono invitati, ma
soprattutto pagando compensano il disagio che arrecano ed anzi forniscono un apporto
economico.
Al populismo razzista dopotutto fa riscontro il populismo mondialista che vorrebbe accogliere
ciecamente tutti senza tenere conto dell'impatto sulle popolazioni autoctone (in altri tempi
questa sarebbe stata vista come una invasione degna di risposta militare), ma soprattutto
pretenderebbe di dare accoglienza al mondo intero, cosa che realisticamente è impossibile.
Il populismo mondialista, o buonista come altri dicono, dovrebbe essere analizzato a parte
e richiede uno spazio di discussione decisamente impegnativo, qui mi limito a dire che è complice del populismo razzista perchè spingendo da una parte ne favorisce l'altra.
Alla fine sono molte le considerazioni da fare, e come dicevo all'inizio è difficile mettersi nelle scarpe di chi si trova in questa situazione, è difficile valutare l'esasperazione, poichè la nostra prospettiva è inevitabilmente condizionata dall'ambiente in cui ci troviamo, dal luogo in
cui viviamo e dalle condizioni che questo luogo ci da.
Complimenti per il blog.
Saluti,
Claudio Ghiotto
pnv - vicenza

lunedì 15 settembre 2008

Kërkojmë Denisën

Da:
info@radiokosovaelire.com
A:
oraziovasta@libero.it
Oggetto:
Komunikata
Ricevuto il:
15/09/08 10:20
Caro Vasta
Ho pubblicato a RKL Komunikatë zyrtare e z. Pero Maxho.
"Po përparojmë duke kërkuar!"
Asociacioni "Kërkojmë DenisënRruga Domeniko la Bruna, 691026 Mazara del Vallo (TP)
Komunikatë për shtyp
Pas deklaratës së policisë greke, në të cilën thuhet se vogëlushja e gjetur në ishullin Kios , nuk ishte Denisa Piptone, Pera Maxho, u ka drejtuar një komunikatë zyrtare organeve të informimit, në të cilën thuhet:"Ju falënderojmë të gjithë juve që keni marrë pjesë në kërkim të Denisës. Ju falënderoj të gjithëve për pjesëmarrje në kërkim të Denisës, por ju kërkoj që të mos zhgënjeheni lidhur me përfundimin negativ të këtij rasti. Iu ftoj për vëmendje e durim, meqë edhe unë vetë kam kërkuar edhe pse nuk kam shpresuar aq shumë, sepse lajmet nuk na vinë kurdoherë të vërteta.Disa nga këta kanë rikërkuar në të kaluarën edhe sprovën e ADN-së. Kjo që përkundrazi do të doja ta nënvizoja, dhe që lidhet me ngjarjet e fundit, është se unë do të dëshiroja që bija ime të kërkohet në çdo pjesë të botës. Intersimi i madh mediatik që buroi nga ky lajm tramseton kudo një notë pozitive, sepse shumë njerëz, sidomos në botën e jashtme, janë aktivizuar për bijen time, meqë besojnë se ajo një ditë do të kthehet në shtëpi.Në rastin e Denisës, nuk ekziston një linjë e caktuar gjeografike për ta kërkuar, por është e mundur që ajo të gjendet në çdo pjesë të planetit. Shpresa ime është në faktin se tërë presioni që është zhvilluar në nivelin ndërkombëtar, kushtëzon një kërkim edhe më larg reflektorëve të shtypit.Është e domosdoshme të kuptohet që fëmijët e humbur duhet të kërkohen edhe gjatë këtyre ditëve, që jemi pa të dhëna dhe kur nuk ekziston një shkas tjetër që zgjon interesimin e medieve.
Zyra Publike e Informimit, Asociacioni "Kërkojmë Denisën"
tel. 02.30.35.69.42 - fax 02.30.35.69.43 - cell. 338 98.00.485
( Ky lajm është publikuar nga Orazio Vasta, ditën e shtunë, më 13 shtator 2008)

venerdì 5 settembre 2008

Il nazionalismo indiano svela l’ipocrisia di un certo occidente.

Ricevo e pubblico...
Distruzione e morte hanno contraddistinto la condizione dei cristiani in alcune zone dell’India negli ultimi giorni.
Non si tratta di violenze di tipo religioso, come da più parti si è detto. Sicuramente sono stati presi di mira istituzioni cristiane e seguaci di Gesù Cristo; tuttavia il movente degli attacchi rimane politico.
Dietro i barbari atti vi è il nazionalismo indiano, imbevuto di fondamentalismo induista.
La principale organizzazione nazionalista in India è il Rashtrya Swayamsevak Sangh (RSS), un gruppo di fanatici che si ispira al pensiero di Adolf Hitler. Non a caso uno dei fondatori del RSS, tal Golwalkar, era fervente ammiratore del despota tedesco.
I membri di questo gruppo, nonché di quelli di simili vedute, si prefiggono la nascita di uno stato indiano basato esclusivamente sulla visione induista della società, imperniata sul sistema delle caste che comporta forti discriminazioni fra le persone.
Si capisce, quindi, come il sostegno dei cristiani, che rappresentano solamente il 2,4% della popolazione indiana, alle fasce deboli della società e il loro difendere l’uguaglianza e la parità di diritti siano un ostacolo in vista della realizzazione di questo disegno.
In gioco vi sono non solo i diritti umani calpestati, ad iniziare dalla libertà di religione, ma la possibile ascesa al potere, per via democratica, in India di formazioni politiche dichiaratamente neonaziste.
Pertanto i clamorosi silenzi delle diplomazie occidentali e il disinteresse con cui si guarda alla vicenda comportano inequivocabilmente l’appoggio a tale gruppo politico.
Il Veneto Serenissimo Governo, in quanto erede e continuatore della storia, cultura e tradizioni della Veneta Serenissima Repubblica ricorda agli smemorati di turno che l’Europa ha già conosciuto il nazismo, arrivato al potere per vie democratiche, con i suoi misfatti e invita tutti coloro che credono nella libertà a prendere finalmente atto di quanto sta accadendo in India.
Longarone, 1 settembre 2008.
Il responsabile Dip. lotta contro integralismo
Andrea Bonesso
Veneto Serenissimo Governo
Casella Postale 64
36022 Cassola (VI)
VENETO
pepiva@libero.it - kancelliere@katamail.it
Tel. 349 1847544
www.serenissimogoverno.org

giovedì 4 settembre 2008

Sul "TRATTATO" BERLUSCONI-GHEDDAFI....e il boja Graziani!

Al centro della foto,il boja italiano Graziani
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Berlusconi annuncia dal vertice di Bengasi con Gheddafi l'accordo «storico» che «pone fine a 40 anni di malintesi» e a risarcimento del «periodo coloniale italiano».
Verranno corrisposti a Tripoli «cinque miliardi di dollari, 250 milioni all'anno per 20 anni», con l'impegno a costruire un'autostrada costiera dal confine tunisino a quello egiziano.
Dunque, dopo quattordici anni di promesse sue e dei governi di centrosinistra, il Cavaliere c'è riuscito.
Ne parliamo con lo storico del colonialismo italiano, Angelo Del Boca.
Quali sono le novità di questo accordo, dopo anni di promesse e annunci?
L'accordo è importante anche per la cifra, anche se so che c'è stata una lunga contrattazione. I libici insistevano per sei miliardi di dollari - a proposito, si tratta di dollari o di euro? Ma soprattutto bisogna capire se si tratta di un accordo «commerciale» che tiene conto della nuova dimensione internazionale di Stato «non più canaglia» per gli Stati uniti che ormai fanno la fila con le loro multinazionali per il metano e il petrolio di Tripoli, oppure di un patto di amicizia come si era ventilato negli ultimi giorni. Sono due cose assai diverse. Perché se fosse ufficialmente un «trattato di amicizia», penso che finalmente l'Italia con questo atto avrebbe pronunciato una condanna definitiva del colonialismo, che la Libia ha vanamente atteso in tutto il dopoguerra.
È molto importante stabilire questo. Perché cinque miliardi di dollari non si risolvono il nodo delle nostre responsabilità storiche. Il colonialismo italiano è costato alla Libia 100.000 morti, quando gli abitanti erano 800.000. Vuol dire che un libico su otto è stato ucciso per difendere il proprio paese.
L'Italia è davvero consapevole di questo passato coloniale africano?
Ci dicono che le cose non stanno così l'iniziativa provocatoria di Calderoni due anni fa con la sua maglietta anti-islamica e quella di Gianfranco Fini che come vice-premier pretendeva solo quattro anni fa che Tripoli non celebrasse più la sconfitta italiana subita a Sciara Sciat nel 1911.Una conferma di questo «revisionismo storico» governativo viene in questi giorni anche dalla decisione di cambiare il nome dell'aeroporto Pio La Torre di Comiso: si chiamerà Vincenzo Magliocco, dal nome del generale dell'aviazione responsabile dei bombardamenti all'iprite contro l'Etiopia.Un criminale di guerra famigerato in tutta l'Africa e da noi riabilitato come un eroe perché venne giustiziato nel 1936 dai partigiani etiopi.
Che cosa è stato quello che Berlusconi chiama «periodo coloniale»?
La nostra occupazione militare è durata dal 1911 al 1943, ha portato non solo una devastazione, con migliaia di caduti in combattimento contro una guerra di guerriglia conclusasi solo nel 1932 con la vittoria delle truppe fasciste, di fucilati, di impiccati. È stato un modello di moderno genocidio con il tentativo di distruggere una cultura e una storia.Fra le barbarie dell'occupazione italiana vale la pena ricordare la creazione nella Sirtica di tredici campi di concentramento dove fu radunata tutta la popolazione della Cirenaica per impedire che aiutasse i combattenti di Omar al Mukhtar, leader della lotta di liberazione libica impiccato dagli italiani a Soluch nel 1931. In 100.000 furono trasferiti in maniera coatta, molti venivano deportati dalla Marmarica, regione presso l'Egitto, con un cammino di più di mille chilometri, anche d'inverno, e chi non resisteva agli stenti veniva abbattuto sul posto.Alla fine nel 1932 i campi di concentramento dopo la vittoria sulla resistenza libica vennero chiusi e risultarono morte 40.000 persone, di fame, malattie e decimazioni subite ad ogni attacco dei combattenti libici.Senza contare i più di quattromila deportati nei penitenziari italiani, sulle isole come Favignana e Ustica; una realtà per la quale esiste un buon accordo già dal 1998 realizzato dall'allora ministro degli esteri Dini e voluto direttamente da Gheddafi, che ha impegnato l'istituto storico dell'Isiao alla ricostruzione della loro storia.In cambio dei finanziamenti italiani, che però dovrebbero essere risarcimenti per il passato, secondo Berlusconi la Libia si impegna «a rafforzare il pattugliamento anti-clandestini».
Per il ministro Maroni è cosa fatta già dai prossimi giorni.Cosa pensa di questo «scambio»?
Ho qualche perplessità su questa immediatezza.Può trattarsi solo di un processo lungo. E poi dai primi resoconti, si dice che «alcune questioni sono in discussione», c'è una commissione bilaterale che tratta. Strano per un accordo «storico». Come per lo sminamento, un impegno preso a parole da almeno trent'anni.Che non sarebbe un atto simbolico: si pensi che è ancora minata buona parte della Cirenaica, che ogni anno 50 persone muoiono saltando sulle mine, che lo stesso Gheddafi è rimasto ferito da una mina italiana. Ora con il super-controllo dell'immigrazione chiediamo alla Libia di fare una cosa molto pesante.Perché gli immigrati disperati fuggono dalla miseria della grande Africa centrale, che praticamente non ha confini con la Libia, e che la stessa Libia è costituita da un a parte di popolazione immigrata.Ora, immemori dei «campi» coloniali, chiediamo di fare nuovi campi d'accoglienza che altro non sono che nuovi, piccoli campi di concentramento.
di Tommaso Di Francesco
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Fonte: www.ilmanifesto.it
30/08/08
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Ma l´Italia è dentro o fuori la Nato? Solo per capire...
Per carità, si tratta solo di capire il destino di noi veneti, alla mercé delle decisioni di lorsignori italiani. Quando scoppiano le crisi internazionali, i responsabili custodi dell´inno di Mameli sono alle Maldive, per le ferie agostane di rito.Il ruolo giocato è quello - come sempre è successo nella tradizione tricolore - della massima ambiguità verso gli alleati, a dir il vero in perfetta coerenza con il voltafaccia del 1915 e del 1943, quando nel giro di un sol giorno gli italici scoprirono che dovevano puntare le armi dall´altra parte rispetto a quanto pensavano fino al giorno prima (e magari dietro c´erano le brigate Sassari con le arme puntate a ricordarglielo).Oggi leggiamo di un Frattini che è amico di Medvedev, ospite gradito dei nostri TG Rai (a quando un passaggio da Fede?) e di un Berlusconi che si racconta l´ultima barzelletta inedita con Putin (chissà se c´è anche la Carfagna tra i protagonisti dei discorsi dei massimi testimonial del machismo misogino), distraendolo mentre caccia qualche tigre, salvo poi andare a regalare una montagna di soldi al signor Gheddafi e di questi molti arriveranno proprio dalle tasche dei sempre più poveri veneti cacciati dallo stesso Gheddafi dopo che avevano contribuito a rendere la Libia un paese migliore e dopo le immancabili assicurazioni dell´inneffabile ministro degli esteri di allora, tale Aldo Moro e dopo essere magari stati portati colà dal regime fascista italico solo qualche anno prima.Addirittura sembra che la zerbinaggine verso l´amico della Jamahiria sia tale da mettere in discussione gli stessi trattati firmati da un´Italia che fa dell´inchiostro simpatico una delle principali e più caratteristiche produzioni della propria storia.
Riuscì quindi Berlusconi laddove fallì Togliatti?
Se così è, merita la tessera onoraria dei compagni bertinottiani.
Nel frattempo noi veneti possiamo darci da fare per tornare finalmente ad essere degni della nostra millenaria storia diplomatica di saggezza e equilibrio internazionalmente riconosciute e scrostarci di dosso dalla nostra reputazione il legame con uno degli stati più voltagabbana della storia dell´umanità.
Il mondo sappia che dell´Italia non è bene fidarsi...
Partito Nazionale Veneto
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Rodolfo Graziani
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Rodolfo Graziani
Il
marchese di Neghelli, vicerè d'Etiopia, maresciallo d'Italia Rodolfo Graziani (Filettino, 11 agosto 1882Roma, 11 gennaio 1955) è stato un generale e politico italiano.
Servì nel
Regio esercito italiano durante la prima e seconda guerra mondiale.
Nato in una vecchia famiglia italiana priva di tradizioni militari (il padre era medico condotto), viene indirizzato dal padre agli studi religiosi presso il seminario di Subiaco, ma preferisce e sceglie la vita militare. Non potendosi permettere di frequentare l'Accademia di Modena svolge il servizio militare di leva nel plotone allievi ufficiali del 94° Fanteria in Roma. Il 1 maggio 1904 venne promosso sottotenente e inviato presso il 92° Fanteria a Viterbo. Nel 1906 divenne ufficiale effettivo nel Primo Reggimento Granatieri di Roma.
Nel
1908 fu destinato in Eritrea. Qui imparò l'arabo e il tigrino, lingue che successivamente gli saranno molto utili. Morso da un aspide nel 1911, rimase per quasi un anno in assai gravi condizioni di salute. Dopo aver preso parte alla Guerra Italo-Turca, fu nominato capitano e partecipò alla Prima guerra mondiale dove, più volte ferito, venne decorato al valor militare. Nel 1918, a soli 36 anni, divenne colonnello, il più giovane della storia d'Italia.
Al termine del conflitto si trasferì a
Parma dove, durante il biennio rosso, fu segretamente condannato a morte dal comitato rivoluzionario. Sentendosi in pericolo, Graziani rinunciò per un anno ad ogni incarico civile e militare per darsi al commercio con l'Oriente, con modesti risultati. Nel 1921 venne spedito in Libia a reprimere la rivolta anti-italiana guidata da Omar al-Mukhtār: egli spostò il suo quartier generale a Zuara e riuscì a riprendere il controllo, anche politico, della Cirenaica, sconfiggendo definitivamente l'esercito di al-Muktar nel 1931. Nel corso della campagna affiancò durissime misure contro i civili, ritenuti potenziali fiancheggiatori dei resistenti, alla repressione militare. Tristemente famosa la vicenda della deportazione di centinaia di migliaia di appartenenti alle tribù nomadi della Cirenaica, che furono rinchiuse in campi di concentramento appositamente preparati. Si registrerà un altissimo tasso di mortalità, a causa delle terribili condizioni igienico-sanitarie e della scarsità di cibo e acqua che costò la vita a decine di migliaia di persone. La tecnica (già sperimentata dai britannici nella guerra boera) di trasferire le popolazioni civili per impedire ogni appoggio ai resistenti si trasformò, nelle mani di Graziani, in uno strumento di pulizia etnica se non di vero e proprio sterminio pianificato...


giovedì 21 agosto 2008

SENATO FEDERALE? SOLO DI NOME(http://www.lavoce.info/binary/la_voce/articoli/SCHEMA_DI_DISEGNO_DI_LEGGEcalderoli.1219147735.pdf)


Nella foto il ministro Calderoli
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Come previsto, l'agenda autunnale sarà dominata dal federalismo, un'incompiuta del sistema istituzionale italiano. Speriamo che sia la volta buona. Le proposte in discussione sul Senato rompono l'attuale bicameralismo perfetto, ma propongono una seconda camera che rappresenterà più i partiti nazionali che i territori. Se si vuole un Senato davvero federale non c'è alternativa a che gli esecutivi regionali nominino, di volta in volta, i loro rappresentanti, così come avviene con il Bundesrat tedesco. Le bozze della bozza Calderoli propongono, sorprendentemente, un federalismo fiscale temperato, ma sono ancora molto vaghe sul funzionamento dei sistemi perequativi. In un'interpretazione, finirebbero per lasciare troppe risorse a Regioni come la Lombardia e l'Emilia Romagna a scapito delle altre e dello stato centrale. Che sia un esempio di lupo che perde il pelo ma non il vizio? Bene anche tenere conto che il drammatico divari o tra i sistemi sanitari di Nord e Sud non dipende solo dalle risorse ma anche dalla capacità di governare il sistema. Con l'avvicinarsi del referendum, tornerà in agenda anche il tema della riforma elettorale. Il sorprendente risultato delle elezioni politiche del 2008 ci consegna, forse per la prima volta, un Parlamento in grado di prendere la strada di una riforma utile per il Paese. Ecco una proposta perché si torni a discutere di maggioritario pur tenendo conto del grande numero di partiti oggi esistenti in Italia: il voto alternativo, oggi praticato in Australia e in Irlanda.
Notizie dal sito (CLICCA SU "SENATO FEDERALE?......)
SENATO FEDERALE? SOLO DI NOME
di Massimo Bordignon e Giorgio Brosio
argomento
Istituzioni e Federalismo
Si torna a discutere di riforma del Senato, ripartendo dal progetto elaborato dalla commissione Affari costituzionali nella scorsa legislatura. I senatori non saranno più direttamente votati dai cittadini, ma scelti attraverso un meccanismo di selezione indiretta all'interno dei consigli regionali e delle autonomie. La Camera avrà una netta prevalenza di potestà legislativa. Ma la nuova camera alta di federale avrà solo il nome. Mentre si rafforza, invece, il sistema dei partiti.

Sulla chiarezza e la franchezza di "Famiglia Cristiana"---

Fonte vignetta: "Famiglia Cristiana"
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Ricevo da Parrocchia S.S. Pietro e Paolo di Catania ...
Sul caso "Famiglia Cristiana"
Ricevuto il:
20/08/08 22:48

Alla cortese attenzione, con preghiera di pubblicazione
I cristiani della Comunità dei Santi Pietro e Paolo sottoscrivono associandosi pienamente alla lettera inviata al Direttore di Famiglia cristiana da "Beati i Costruttori di Pace" ed invitano i cristiani di buona volontà ad esprimere con chiarezza il loro pensiero ed i loro sentimenti in questa vicenda che fa emergere quanto appiattita alle logiche di potere sia oggi la gerarchia ecclesiastica.
Carissimo direttore don Sciortino,
un grazie grande per la chiarezza e la franchezza con cui Famiglia Cristiana ha smascherato la sostanza politica e sociale sottesa ai vari depistaggi sull'emergenza e sulla sicurezza e per il coraggio con cui ha denunciato i pesanti messaggi di alcuni provvedimenti, che producono nella società un clima di disagio e di divisione tra i cittadini, a volte accompagnato da odio e rifiuto dei più poveri e dei più marginali.
Non siamo stupiti e in qualche modo mettevamo in conto la reazione rabbiosa alla sua persona e alla rivista da Lei diretta. L'offesa volgare con sentenza sommaria di condanna delle persone fa parte di una prassi ormai collaudata da anni di molti dei responsabili politici dell'attuale Governo.È con questo metodo che da tempo vengono vilipese e sgretolate anche le Istituzioni.
Quello che più ci scandalizza e ci addolora è la dissociazione del Vaticano e della Conferenza Episcopale Italiana. La nota di chiarificazione pubblicata è ineccepibile sul piano formale, ma quello che viene percepito sia dall'opinione pubblica che dalla compagine governativa è una sconfessione secca di Famiglia Cristiana.
Anche la modalità è pesante: nessun dialogo e confronto sui contenuti, nessun riferimento di fede, nessuna richiesta ai responsabili politici di correttezza e di rispetto per i fratelli nella fede.
Vogliamo cordialmente esprimervi la nostra solidarietà evangelica, condividendo con voi fino in fondo, non solo la scelta, ma anche l'ottica dei più poveri per un discernimento ecclesiale di fede.
Infine vi preghiamo: accettate di essere segno di contraddizione non solo nella società, ma anche dentro la Chiesa. Siamo in tanti a chiedervelo perché siamo ormai in troppi ad averne bisogno.
"Beati voi quando.... godete ed esultate"!
Beati i costruttori di pace
Comunità Parrocchiale Santi Pietro e Paolo,
Catania
Via Siena 1
Catania, 20 agosto 2008

mercoledì 13 agosto 2008

MORTE E RINASCITA DELLE LINGUE

Ricevo e pubblico....
SEMINARIO DI STUDI PER RIFLETTERE SULLO STATO DELLA LINGUA MATERNA
Le quattro comunità arbëreshe del Molise (Montecilfone, Ururi, Portocannone e Campomarino) mantengono ancora oggi una apprezzabile vitalità culturale e una notevole volontà di resistenza alla corrosione. Il 30 e 31 maggio a Montecilfone ha avuto luogo un seminario di studi per riflettere sullo stato della lingua materna, l´arbëresh, e sulla cultura tradizionale che la connota.La coordinatrice degli sportelli linguistici, la Prof.ssa Fernanda Pugliese, ha presentato il piano regionale che prevede varie iniziative seminariali a tutela delle comunità arbëreshe e croata della regione, atte a fare fronte agli effetti della globalizzazione che sembra non risparmiare neppure gli ambienti lontani dai grandi centri.Hanno animato l´incontro il Prof. I. C. Fortino e la Dr.ssa M. Bruci, dell´Università di Napoli L´Orientale.Il Prof. Fortino nel suo intervento ha posto all´attenzione e alla riflessione dei partecipanti tre punti fondamentali:
1)lo stato della minoranza arbëreshe e gli strumenti di tutela;
2)i tratti linguistici delle parlate arbëreshe;
3)la cultura letteraria.

1.Morte e rinascita delle lingue.
La lingua arbëreshe, nello stato di diaspora all´interno del contesto linguistico e culturale italiano meridionale, si è tramandata oralmente per più di 500 anni e ha visto sorgere e affermarsi una creazione letteraria ad opera di autori arbëreshë autodidatti. Oggi le comunità arbëreshe mostrano segni di sfilacciamento del tessuto linguistico e di quello culturale, dietro le spinte della lingua e della cultura più prestigiosa, l´italiana. Le leggi, nazionale e regionali, vogliono essere un baluardo al processo di impoverimento della cultura arbëreshe e al contempo un elemento propulsivo di sviluppo, di cui si avvertono già i primi segni positivi; a) organizzazione degli sportelli linguistici; b) progetti di didattica della lingua parlata locale; c) attività seminariali di aggiornamento per gli operatori culturali e per quanti vogliano approfondire le conoscenze; d) pubblicazioni relative a problematiche legate alla lingua, alla letteratura e alla cultura arbëreshe. Gli operatori culturali nella loro attività, che è svolta con impegno e generosità, sono sostenuti dalla tesi, comprovata dal linguista francese Claude Hagège, secondo cui le lingue, anche le più corrose, possono rinascere e riprendere vigore e ruolo, purché opportunamente sostenute (Cfr. C. Hagège, Morte e rinascita delle lingue, Feltrinelli, Milano 2002).Le comunità arbëreshe, pur accusando un comprensibile stato di indebolimento, mantengono tuttavia una interna potenzialità che si spera gli permetta una ripresa più sensibile nel prossimo futuro.


2. La variante linguistica.
La lingua arbëreshe, nelle sue varie forme analizzate sotto il profilo del processo evolutivo, presenta tratti conservativi di notevole importanza, ma anche vari fenomeni di innovazione. Tra questi ultimi quello più appariscente è l´infiltrazione nel tessuto dell´arbëresh di molti elementi lessicali italiani o romanzi.La struttura di fondo della grammatica resiste in maniera sorprendente. Vanno ricordati, in sintesi, alcuni tratti che caratterizzano le varie parlate: a) in fonetica, a mo´ d´esempio, vanno menzionati i nessi consonantici conservativi kl, gl di alcune parlate arbëreshe che permettono di individuare anche le zone di provenienza d´oltre Adriatico: la Çamëria che si trova a sud-ovest dell´Albania; mentre la trasformazione della liquida palatale ll in fricativa velare gh è indice di innovazione; b) in morfologia la conservazione del genere neutro e alcune forme di aoristo in -ta, -tim, riportano a un periodo antico documentato anche dagli autori del XVI secolo; mentre la tendenza alla scomparsa dell´aoristo sigmatico è segno dell´evoluzione piuttosto recente della lingua; c) nella sintassi sono presenti costruzioni paratattiche con valore semantico durativo al posto delle ipotattiche: është e fjë; rri e qan. Questi ed altri fenomeni linguistici sono stati illustrati attraverso la proiezione di cartine geolinguistiche, contenute nella recente pubblicazione dell´Atlante Dialettologico della Lingua Albanese.Parlando di lingua, si è accennato anche a questioni di glottodidattica, relative alla forma linguistica da insegnare nelle comunità albanofone, rispetto anche alla lingua standard d´Albania. A tal proposito si è fatto riferimento al Convegno, tenutosi a S. Paolo Albanese nel giugno 2006, su "Quale didattica per l´arbëresh", che ha affrontato l´argomento, dando documentate indicazioni (Cfr. Atti: Quale didattica per l´arbëresh, Quaderno 2, UNIBAS 2006). Si è, in sintesi, ribadito che rimane fondamentale l´insegnamento della lingua parlata, quella con cui il ragazzo si identifica, perché è la lingua che lo lega alla famiglia e al paese.


3. Cultura letteraria.
Un dato significativo che denota la vitalità della minoranza linguistica è rappresentato dalla produzione letteraria e dagli studi scientifici e divulgativi di molti scrittori arbëreshë. Si è ribadito che, fino a quando una comunità minoritaria allogena produce opere letterarie, espressione della propria cultura e nella propria lingua, ha buone garanzie di sopravvivenza e fondate prospettive di sviluppo. Gli arbëreshë, infatti, fin dal primo secolo di insediamento nell´Italia meridionale hanno cominciato a scrivere nella propria lingua e hanno continuato a creare gradualmente una ricca tradizione di valide opere letterarie. Se il passato è stato segnato positivamente dalle opere di scrittori, quali Varibobba, Chetta, De Rada, Santori, Serembe, Dara, il presente continua ad essere caratterizzato dalla continuità della produzione letteraria in lingua arbëreshe: Ujko, Schirò, Zuccaro, Bruno, Golletti, Del Gaudio, Campera.Il seminario ha attirato l´attenzione di un pubblico qualificato e motivato, pronto ad affrontare tematiche vitali per la cultura della comunità arbëreshe, ed ha concluso i lavori auspicando incontri a scadenza periodica per garantire continuità all´aggiornamento e alle ricerche sul campo.
Ahmet Qeriqi

lunedì 11 agosto 2008

Sud e "l'altra" storia...

Ricevo e pubblico...
PIETRARSA: UN'ALTRA PAGINA DI STORIA DIMENTICATA
A Pietrarsa, poco distante da Napoli, per volontà di Re Ferdinando II di Borbone, desideroso di rendere il Regno delle Due Sicilie sempre più sviluppato economicamente e tecnicamente, e autonomo dalle industrie inglesi, sorse il primo nucleo industriale della penisola. Appena salito sul trono, nel 1830, avviò un processo di industrializzazione di cui la ferrovia rappresentò uno degli aspetti principali.
Già a Torre Annunziata fu istallata una piccola officina per la produzione di materiale meccanico e pirotecnico ad uso della marina e dell’esercito, qui lavoravano operai specializzati che niente avevano da invidiare alle maestranze di tutta Europa. Per non disperdere questa grande professionalità il Re pensò di ingrandire la fabbrica spostandola a Portici. Nacque così, nel 1837, in riva al mare, il Reale Opificio di Pietrarsa, che sfornava prodotti in ghisa ma, soprattutto, macchine e locomotive a vapore.
Il 3 ottobre 1839, si inaugura la prima tratta ferroviaria, Napoli-Portici lunga 7.411 metri, prima in assoluta nella penisola italica. L’entrata in funzione della strada ferrata, poi, favorì ancora maggiormente lo sviluppo del sito industriale: il materiale da lavorare, infatti, poteva giungere sul posto via terra, via mare e servendosi, appunto, della ferrovia.
In poco tempo Pietrarsa, grazie anche ad una rigorosa politica protezionistica, diventò il maggior nucleo industriale della Penisola precedendo alla grande, e di parecchi anni, colossi quali Fiat, Breda o Ansaldo. Con l’apertura di questo opificio il Regno delle Due Sicilie non ebbe più bisogno di acquistare locomotive dall’estero. Nella stessa zona fu istituita anche una scuola per formare Ufficiali Macchinisti per le navi a vapore, sia per l’Armata di Mare che per la marina mercantile del Regno. Infatti il Regno delle Due Sicilie fu l’unico Stato a non aver bisogno di macchinisti inglesi sulle navi a vapore, ciò perché gli ingegneri napoletani, smontando alcune macchine a vapore avevano scoperto ogni segreto del loro funzionamento. L’opificio di Pietrarsa ebbe un enorme sviluppo e al massimo del suo fulgore,, dava lavoro a mille persone, e con l’indotto di altre fabbriche site a San Giovanni a Teduccio, che pure lavoravano materiale per la ferrovia, ne dava ad altre settemila persone.
L’Europa intera rimase colpita da quest’opera eccezionale di riforma e sviluppo. Nel 1845 lo zar Nicola I di Russia su invito di Ferdinando II visitó le officine, e interessato volle rilevare la pianta dello stabilimento per riprodurlo nell'aria industriale di Kronstadt. L'Opificio di Pietrarsa fu visitato anche da Papa Pio IX.
L’opera grandiosa di questo sovrano fu premiato con una colossale statua in ghisa, alta 4,50 metri, raffigurante il re Ferdinando II nell'atto di ordinare la fondazione delle officine, voluta dagli stessi operai e fusa il 18 maggio 1852 nell'Opificio stesso. Si tratta di una delle più grandi statue in ghisa fuse in Italia e si trova attualmente nel piazzale del Museo, purtroppo dimenticata e abbandonata, come tutta la storia di questo glorioso Regno delle Due Sicilie.
Come un fulmine a ciel sereno, nel 1860 dal nord scese l’orda barbarica dei mille, capeggiata dal mercenario Garibaldi, e poi l’esercito di Vittorio Emanuele di Savoia. I Borbone, dopo una eroica difesa del Regno, furono costretti, ad onda dell’intera Europa, a cedere il passo agli invasori piemontesi. Il minuscolo ed insignificante staterello sabaudo, aiutato dalla massoneria, dalla camorra e dalla mafia, con la complicità di non pochi traditori meridionali, inglobò con la forza delle armi la nostra Nazione Duosiciliana, e nacque il Regno d’Italia. Non fu per nulla un grande affare per la popolazione del Sud questa forzata e falsa annessione, e ne fa prova la lotta aspra e senza quartiere che infuriò in tutto il Regno, e che molti ancora si ostinano a chiamare brigantaggio, fu uno dei segni più evidenti del malcontento diffuso e della cupa disperazione che colpì la nostra gente. Anche l’industria dovette fare i conti con il nuovo scenario. Il governo piemontese non aveva alcun interesse a mantenere in vita il sistema creato dai Borbone, che seppure eccellente per lo sviluppo del Sud,arrecava non poco fastidio agli stabilimenti dell’Italia settentrionale, e si decise di privatizzare Pietrarsa svendendola e dandola in gestione alla ditta Bozza, che adottò una dura politica di gestione. Fu la fine per questa meravigliosa opera, come per tante altre create nel periodo borbonico. Il nuovo proprietario diminuì la paga degli operai, ridusse i dipendenti di oltre la metà e aumentò l’orario lavorativo fino a 10 o 11 ore.
Questa situazione creò malumore nei lavoratori e nelle loro famiglie, che sotto il passato Regno vivevano dignitosamente, e nell’agosto del 1863, di fronte all’ennesimo sopruso, al risuonare a distesa della campana della fabbrica, parecchie centinaia di operai, abbandonato il lavoro, si radunarono nel cortile lanciando urla e parole di disapprovazione nei confronti del padrone e dell’usurpatore piemontese, iniziando uno sciopero.
Era il 10 agosto 1863. Di fronte a questa giusta dimostrazione l’usurpatore piemontese rispose, come era suo solito, con la forza, e i bersaglieri di stanza a Portici, con i carabinieri e la guardia nazionale, giunsero davanti allo stabilimento e, superato il cancello, baionetta in canna, si lanciarono sugli operai menando fendenti e sparando ad altezza d’uomo. In quel caldo pomeriggio d'agosto morirono decine di operai, e tanti altri riportarono ferite più o meno gravi. Dopo quel tragico accadimento si decise di concedere la gestione dell’opificio alla Società Nazionale di Industrie Meccaniche. Ormai, però, la gloriosa fabbrica aveva intrapreso la strada del declino. Nel 1875 erano rimasti solo 100 operai. Eppure, appena due anni prima, una locomotiva costruita a Pietrarsa aveva vinto la medaglia d’oro alla Esposizione Universale di Vienna. Qualche tempo dopo lo Stato, per non chiudere lo stabilimento, decise di assumerne la gestione. Dopo la seconda guerra mondiale la crisi si accentuò ulteriormente fino a che, nel 1975, fu varata la definitiva chiusura.
Oggi quello che fu il glorioso Opificio Reale di Pietrarsa ospita la sede di un museo ferroviario. Ma pochi ricordano la triste sorte degli operai uccisi e feriti dalle baionette dei conquistatori, soltanto per aver reclamato il proprio diritto al dignitoso lavoro e alla giusta mercede e la libertà della propria Nazione. I fatti di Pietrarsa sono sconosciuti dai tanti, e mai il 1 maggio, festa dei lavoratori, si fa memoria di questi eroi dimenticati. Molti di essi furono colpiti alla schiena o alla nuca, mentre cercavano di mettersi in salvo. Davvero un atto eroico da parte dei militi piemontesi che non si fecero scrupolo di aprire il fuoco su operai inermi e disarmati.
Nessun monumento, nessuna strada, nessuna targa, nessuna manifestazione ricorda il sacrificio di questi uomini e delle loro famiglie. Forse neppure i loro posteri ricordano più tale scempio. Mentre quegli uomini che straziarono e uccisero gli innocenti, sono ricordati dalla storia ufficiale, come eroi. A questi si dedicano strade e monumenti, dopo che furono causa di quest’eccidio. Tra questi Nicola Amore, questore di Napoli, che grazie a questo misfatto fece carriera, invece di essere rimosso e giudicato, diventando addirittura senatore del regno.
Queste le anomalie del nostro bel paese, che ancora oggi, nonostante la verità storica venga reclamata da numerosi storici, non si ha il coraggio di fare giustizia.
Tocca a noi patrioti meridionali ricordare questi nostri fratelli, uccisi due volte dall’usurpatore, che osò chiamarsi nostro fratello.
Inviato da:
massimo.c58

SICILIA E VERITA' STORICA

Ricevevo da www.osservatorio-sicilia.it
Lettera aperta ai docenti universitari, Enrico Iachello e Vincenzo Guarrasi, Guido Pescosolido, Franco Benigno e, Andrea Romano, Salvatore Lupo, Giuseppe Giarrizzo, Ninni Giuffrida, Giuseppe Carlo Marino e Orazio Cancila ed agli altri 20 firmatari del documento contro la presa di posizione del Presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardo.
Per leggere tutto la lettera:
http://www.osservatorio-sicilia.it/index.php?mod=&opmod=read&id=it/1218391500


LE PICOZZATE NON AIUTANO LA VERITA´ STORICA
http://www.osservatorio-sicilia.it/index.php?mod=&opmod=read&id=it/1218392724

domenica 3 agosto 2008

LA MAFIA ED I SUOI PICCIOTTI ERANO AL SERVIZIO -A PAGAMENTO- DI GARIBALDI.




Ricevo e pubblico....
FRUNTI NAZZIUNALI SICILIANU -SICILIA INDIPINNENTI
FRONTE NAZIONALE SICILIANO - SICILIA INDIPENDENTE

COMUNICATO STAMPA F.N.S. - KOMUNIKATU STAMPA F.N.S.
CARO CONSOLO, LA MAFIA ED I SUOI PICCIOTTI ERANO AL SERVIZIO -A PAGAMENTO- DI GARIBALDI.

In ordine al contenuto della recente intervista, rilasciata da Vincenzo CONSOLO al Corriere della Sera, ci sembra di riscontrare grosse inesattezze, non sempre involontarie, in ordine alla Storia della Sicilia, a quella del Separatismo Siciliano, a quella della mafia e non ultima a quella, - personale, politica e .... militare, - di Giuseppe Garibaldi. Al quale il Comune di Capo d'Orlando ha "revocato" la intitolazione di una piazza per dedicarla alla Battaglia navale del 4 luglio 1299.
E' opportuno, pertanto, ricordare all'illustre scrittore e a noi stessi che la "CONQUISTA" della Sicilia da parte dell'Armata "Anglo-piemontese-garibaldina" trova il maggiore e forse l'unico supporto "locale" proprio nella mafia, che in quel mese di maggio del 1860 iniziò quel "SALTO DI QUALITA'", del quale ancora oggi piangiamo le conseguenze. Ovviamente, il tutto avviene nell'ambito della regìa britannica. I "PICCIOTTI DI MAFIA", impresentabili e del tutto inaffidabili nei combattimenti veri e propri, sono gli unici a dare "legittimazione" alla "IMPRESA DEI MILLE". E per questa loro UTILITA' saranno compensati con prebende, privilegi, assegnazione di terre dei DEMANI COMUNALI di USO CIVICO, sottratte alla disponibilità dei VERI CONTADINI, di pensioni (trasmissibili per più generazioni agli EREDI..... VERGOGNA!) e cose simili. La brutta impressione (per non dire altro) che fanno i PICCIOTTI DI MAFIA la testimoniano, fra gli altri scrittori "garibaldini", BEPPE BANDI, IPPOLITO NIEVO e persino GIUSEPPE CESARE ABBA, che pure avrebbe passato la propria vita ad impinguare l'AGIOGRAFIA RISORGIMENTALE esaltando al massimo - e senza pudore - l'impresa dei Mille ed il suo Duce.

Chi aiutò, dunque, Garibaldi?

Non certo il Popolo Siciliano, non certo i volontari forti e puri che, almeno in Sicilia, non esistevano in quanto la Sicilia si era sempre battuta per la propria indipendenza e non certamente per diventare una COLONIA INTERNA dello Stato Sabaudo.
Garibaldi - ed è tutto documentabile - fu aiutato, ancora prima dello SBARCO da operetta a Marsala, dal Governo di Londra ed in subordine dal Governo Piemontese. Gli Inglesi misero a sua disposizione migliaia e migliaia di MERCENARI provenienti anche da Paesi extra-europei. Interessante è la sorte dei Mercenari, feroci, della LEGIONE UNGHERESE, ai quali, dopo l'unità d'Italia, fu rinnovato il contratto d'ingaggio per contrastare le eroiche ribellioni anti-piemontesi del Mezzogiorno.
Rinviamo ad altra occasione l'approfondimento delle condizioni politiche ed economiche internazionali che determinarono, nel tempo, la scelta britannica di "fare" l'ITALIA UNITA e di finanziare ed eseguire, - con l'aiuto di complici e di MOSCHE COCCHIERE, - tutte le varie operazioni necessarie e comunque connesse.
Per quanto riguarda il fatto che, con tono apodittico, il Prof. Consolo avanzi le tesi della equiparazione del Separatismo alla Mafia e della obbligatorietà della DEMONIZZAZIONE del SEPARATISMO SICILIANO, ci sembra che il tutto confermi l'accusa che Antonio GRAMSCI ebbe a rivolgere agli "STORIOGRAFI" Siciliani. E cioè quella di essere affetti da UNITARISMO OSSESSIVO.
Non aggiungiamo altro, per ragioni di spazio.

Puntualizziamo, però, che non è vero che, negli anni "Quaranta" del secolo scorso, il Movimento Indipendentista, quello vero, guidato da Andrea Finocchiaro Aprile e da Antonio Varvaro, fosse legato o comunque fosse espressione della Mafia. Certamente allora i partiti politici non avevano avvertito come prioritaria la lotta contro la mafia (le eccezioni in tal senso sono lodevoli, ma sono pochissime). Ma fu la mafia stessa a fare il "DISTINGUO" e si schierò, (dopo aver compiuto un giro d'orizzonte ed in perfetta coerenza con la propria tradizione), a favore di ben determinati PARTITI ITALIANI UNITARI. Come ebbe a scrivere Marcello CIMINO, il compianto intellettuale che per lungo tempo era stato anche Direttore de L'ORA, la Mafia, anzi, contribuì, nelle province dove era più forte, a smantellare l'organizzazione e le sedi del Movimento Indipendentista (quello vero). E non è un caso che la strage di Portella della Ginestra (1° maggio 1947), sulla quale il Fronte Nazionale Siciliano continua a chiedere verità e giustizia, sia stata effettuata completamente al di fuori del movimento separatista (che, peraltro, in quel periodo era in piena crisi). Mentre sono chiamati in causa e vi rientrano fino al collo i rapporti fra i partiti italiani unitari. E non mancano i sospetti di probabili interferenze di potenze straniere, anche queste nettamente d'accordo fra di loro in un solo punto. Quello di essere CONTRARIE all'ipotesi di INDIPENDENZA della Sicilia.
Con Capo d'Orlando tutte queste polemiche, collegabili ad eventi del Dopoguerra e distanti più di ottanta anni dalle vicende garibaldine cui ci riferiamo, non c'entrano affatto. E, se approfondite, ci darebbero spunti ulteriori per parlare a lungo del ruolo della mafia dal 1860 ai nostri giorni. Ci sembra che bisognerebbe, piuttosto, recuperare quelle VERITA' sul Risorgimento italiano che, invece, sono tanto utili alla crescita democratrica e civile del Popolo Siciliano.
E poi, (qualcuno lo ha ricordato meglio di me in questi giorni), è lo stesso Garibaldi, nelle sue Memorie, ad ammettere di essere stato mercenario e via dicendo. Ed è lo stesso Garibaldi che, scrivendo alla Signora Cairoli, dice di non volere tornare in Sicilia per paura di essere preso a sassate. Se lo dice Garibaldi, perchè non lo può dire il Popolo Siciliano che delle opere e dei comportamenti di un tale personaggio piange ancora le tragiche conseguenze?
Sulla opportunità di dedicare la piazza alle eroiche vittime siciliane dell'eroica battaglia navale del 4 luglio 1299, basta informarsi su quanto in proposito ha scritto il Professor Corrado MIRTO, il quale, oltre che essere il maggiore storico vivente della Guerra del Vespro, è anche - sia consentito a noi di dirlo (dato che gli altri fanno finta di non saperlo) - il Presidente del Fronte Nazionale Siciliano "Sicilia Indipendente" (Frunti Nazziunali Sicilianu "Sicilia Indipinnenti").
E gli siamo immensamente grati per entrambe le cose!
Palermo, 3 agosto 2008
GIUSEPPE SCIANO'
Segretario FNS