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martedì 30 dicembre 2008

Il Comune di Genova ha scoperto la lapide in ricordo dei cittadini caduti durante il sanguinoso "Sacco di Genova" del 1849 compiuto dai Savoia.

Il testo della lapide
Nell'aprile 1849

le truppe del re di Sardegna Vittorio Emanuele II
al comando del generale Alfonso La Marmora
sottoposero l'inerme popolazione genovese
a saccheggi bombardamenti e crudeli violenze
provocando la morte di molti pacifici cittadini
aggiungendo così alla forzata annessione
della Repubblica di Genova al Regno di Sardegna del 1814
un ulteriore motivo di biasimo
affinché ciò che è stato troppo a lungo rimosso
non venga più dimenticato
Il comune di Genova pose
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Tutta la documentazione sulla lapide che ha fatto imbestialire i Savoia del 2008...
http://www.francobampi.it/liguria/sacco/targa2008.htm

lunedì 22 dicembre 2008

Il M.I.L. augura a tutti Buon Natale e Felice anno nuovo...VERSO L'INDIPENDENZA!

*******AUGURI a Orazio Vasta !!!
Il M.I.L. augura a tutti
Buon Natale e Felice Anno Nuovo
nell'attesa che possa realizzarsi quello che è scritto nell'interpellanza parlamentare presentata dall'allora Sen. Aleandro Longhiil 18 luglio 2002, che recita:
"La perdita, illegittimamente subìta, dell'indipendenza di un popolo(in questo caso di quello ligure),dei suoi valori e della sua civiltà è inestimabile e non risarcibile se non con il ristabilimento del diritto leso".

********************

Il Presidente Vincenzo Matteucci e il Segretario Franco Bampi
M.I.L.-Movimento Indipendentista Ligure
Via XX Settembre 21/7 (4° piano) 16121 Genova
Tel e Fax 010-585263
Il sito ufficiale www.mil2002.org





domenica 14 dicembre 2008

Ma,i Savoia che facevano mentre "univano l'Italia"?

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AM-Stella e Corona chiede che la lapide di p.zza Corvetto a Genova venga rimossa
Comunicato Stampa
Il Segretario Nazionale di Alleanza Monarchica, Avv. Massimo Mallucci, in relazione alla lapide posta in P.zza Corvetto, a cura del Comune di Genova, su proposta del Movimento Indipendentista Ligure e di "A Compagna", osserva che il Capo dello Stato, sia esso Re o Presidente della Repubblica, non può essere impunemente offeso, con l'attribuzione di responsabilità e fatti che non possono esserGli riferiti, come avvenuto con Vittorio Emanuele II, Sovrano Costituzionale e primo Capo dello Stato Unitario.

Spiace dover rilevare come tale iscrizione sia stata deliberata all'unanimità del Consiglio Comunale di Genova, come riferito dai giornali.
Osserva, inoltre, come l'unità della Nazione non possa essere messa in dubbio con fantasiose ricostruzioni storiche che rivendicano, come inciso sulla lapide pretese forzature e illegittimità dell'unione Ligure-Piemontese, consentendo un'implicita rivendicazione della indipendenza della Liguria, come appare nella stessa denominazione del Movimento promotore della dubbia iniziativa.
Osserva come un Comune Italiano non dovrebbe patrocinare iniziative atte a creare divisioni, rancori, discriminazioni di cui, oggi, non abbiamo proprio bisogno.
Comunica che Alleanza Monarchica promuoverà un esposto alla Procura della Repubblica e chiederà l'intervento del Prefetto, per quanto accaduto.
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Il commento,il nostro,alle richieste dei savoiardi in Terra di liguria:
«Non ho che un lume con il quale guidare i miei passi ed è il lume dell’esperienza. Non conosco altro mezzo per giudicare il futuro se non mediante il passato».
Patrick Henry(1736-1799)


giovedì 11 dicembre 2008

Il M.I.L.- Movimento Indipendentista Ligure ha deciso di portare avanti la "battaglia per l'idrogeno ANCHE in LIGURIA"!

Ricevo dagli amici liguri del M.I-L. e pubblico....
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M.I.L.-Movimento Indipendentista Ligure
COMUNICATO STAMPA
a cura di Franco Bampi e Vincenzo Matteucci
Alla cortese attenzione di Orazio Vasta
Forum del M.I.L.Esprimi la tua opinione su questo comunicato cliccando qui!
"Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono, poi vinci" -Gandhi
L'idrogeno anche in LIGURIA! (quello che già stanno facendo ad AREZZO)
Il M.I.L.- Movimento Indipendentista Ligureha deciso di portare avanti la "battaglia per l'idrogeno ANCHE in LIGURIA"!
È dal 2003 che abbiamo iniziato una vera e propria "battaglia per le energie alternative pulite" con uno specifico "spazio" sul nostro sito Internet (
clicca qui).
Genova e la Liguria devono puntare ad essere il "Territorio meno inquinato del mondo".
Il settimanale "L'Espresso" N°48 del 4 dicembre 2008 ha dedicato la sua copertina a"Crisi economica. L'ecologia ci salverà. La recessione si supera con l'hi-tech verde e con le energie rinnovabili. La tesi di Rifkin. I progetti di Obama. Le sfide per l'Europa. I ritardi dell'Italia".
E all'interno riporta un articolo dell'economista Jeremy Rifkin che, fra le altre cose ha scritto:
"L'industria dell'auto è un segnale di allarme precoce, che ci fa comprendere come ci stiamo avvicinando al tramonto della seconda rivoluzione industriale... Dobbiamo saper cogliere questa circostanza... spostare il dibattito, passando dagli interventi di soccorso e di salvataggio in extremis dell'industria del motore a combustione interna alimentato a benzina, alla ricerca, lo sviluppo, l'utilizzo di veicoli elettrici e ricaricabili a idrogeno con celle a combustibile, alimentati da energie rinnovabili... le rivoluzioni nei mezzi di trasporto sono sempre state parte integrante delle rivoluzioni nelle infrastrutture più ampiamente intese... L'elettricità che produrremo nei nostri edifici, a partire dalle energie rinnovabili, potrà essere utilizzata anche per alimentare le automobili elettriche ricaricabili o per creare idrogeno che alimenti i veicoli con celle a combustibile... La terza rivoluzione industriale comporta una nuova era di capitalismo allargato, in virtù del quale milioni di proprietari di case e di aziende esistenti e nuove, diventeranno produttori di energia... passare dalla seconda alla terza rivoluzione industriale... creare nuove opportunità economiche nel Ventunesimo secolo".
Non possiamo aspettare "i ritardi dell'Italia"!
È sempre più INDISPENSABILE che la LIGURIA abbia, di nuovo, POTERI DECISIONALI SOVRANI !
La Liguria può RIAVERLI, perché ha il DIRITTO INTERNAZIONALE di poter RI-tornare INDIPENDENTE, non essendo MAI stata chiamata a votare i "plebisciti di annessione al regno d'Italia" come invece hanno fatto le altre regioni italiane (clicca qui per saperne di più).
Alla luce di tutto questo, spetta al Consiglio Regionale Ligure fare la "battaglia politica" perché questo avvenga.
Venerdì 12 dicembre alle ore 19,45, su TELEGENOVA, durante la trasmissione "Cara Franca ti scrivo", Vincenzo Matteucci e la conduttrice Franca Brignola parleranno ANCHE di questo.
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M.I.L.-Movimento Indipendentista Ligure
Il sito ufficiale www.mil2002.org

mercoledì 26 novembre 2008

"...In virtù dei plebisciti ai quali si deve la formazione del Regno d'Italia"

Quello che segue è il discorso ufficiale e integrale che sette anni fa,l'allora Presidente della Repubblica italiana,tenne a Torino per celebrare i 140 anni della nascita del SISTEMA ITALIA. Si tratta di un documento storico e politico che tutti i cittadini "italiani" dovrebbero leggere...Noi non aggiungiamo nessun commento...
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L'INTERVENTO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA CARLO AZEGLIO CIAMPI IN OCCASIONE DELLA CERIMONIA CELEBRATIVA PER I 140 ANNI DELL'UNITA' D'ITALIA
Torino - Palazzo Carignano, 20 novembre 2001
"Eminenza, Signori Rappresentanti degli Organi Costituzionali, Onorevole Ministro, Signori Presidenti delle Regioni e dei Consigli Regionali, Signori Presidenti delle Province, Cari Sindaci, Autorità, Signore e Signori, Cari Studenti,
oggi ricordiamo un momento della nostra storia nel quale una generazione soprattutto di giovani seppe trasformare un popolo, il nostro popolo, in una Nazione.
Questo è stato il Risorgimento.
Questo oggi l'Italia ricorda, rivive nel suo operare quotidiano, nelle istituzioni, nelle coscienze dei cittadini. Abbiamo ascoltato dalle giovani voci di Claudia e Marta le parole che risuonarono in questa aula, nel Parlamento di allora. Era la voce degli eletti alla prima legislatura dell'Italia unita. Erano consapevoli, quei parlamentari, di essere protagonisti di un'opera politica che nessuno aveva previsto e che solo il coraggio, l'ardimento di patrioti e governanti aveva saputo costruire.
In ventitré mesi, dall'estate del 1859 alla primavera del 1861, era stato compiuto una sorta di miracolo.
Centoquaranta anni fa.
Quale Italia immaginarono i giovani di allora?
L'unità alla quale miravano moderati e repubblicani si raffigurava prima di tutto nell'unità territoriale; ma era sentita ancor più come esigenza di dar vita a una comunità di valori, come conquista di quei diritti civili che erano germogliati nelle antiche repubbliche italiane descritte dal Sismondi.
Il contributo dato al Risorgimento da tanti letterati, filosofi, poeti e scrittori fu essenziale.
L'Italia nacque nelle coscienze prima ancora che sui campi di battaglia e nelle istituzioni della politica.
Ed é nelle coscienze che dobbiamo rafforzarla e farla crescere.
I patrioti di allora, pur nell'entusiasmo del momento, avvertivano un senso di incompiutezza nello straordinario successo raggiunto.
Lo segnala l'enfasi stessa di alcune loro affermazioni.
Abbiamo ascoltato il relatore Giorgini: "Il diritto di Vittorio Emanuele II al Regno d'Italia emana dal potere costituente della Nazione. Egli vi regna in virtù dei plebisciti ai quali si deve la formazione del Regno d'Italia". E ancor più netto il Brofferio parla di uno Stato che deriva la propria legittimità "dalla volontà del popolo".
Per la prima volta, milioni di italiani erano stati chiamati a votare - a suffragio universale, quella prima volta! - per l'adesione al regno costituzionale di Vittorio Emanuele.
I plebisciti furono un'esperienza indelebile per quella generazione e, non a caso, i risultati delle votazioni avrebbero dovuto essere iscritte nel colonnato del Vittoriano, secondo il progetto originario del Sacconi.
Tuttavia, chi aveva combattuto per l'Italia libera, indipendente, unita soffrì la mancanza di un vero momento costituente, che si esprimesse in una assemblea eletta, nella quale si potessero confrontare le diverse anime del nostro Risorgimento. Era mancato quel patto solenne, quel "giuramento" tra i cittadini che, non a caso, aveva ispirato nel Manzoni i versi di "Marzo 1821", che aleggiava nelle pagine delle grandi opere sulla storia delle antiche repubbliche, marinare e comunali, nella musica e nel melodramma dei nostri compositori. Ispirazioni artistiche e storiche che ai patrioti di allora apparivano prefigurazioni di una "assemblea costituente" che solo la Repubblica Romana del 1849 seppe tentare - sotto i cannoni dell'assedio di Roma - e che soltanto con la Repubblica Italiana, il 2 giugno 1946, venne realizzata.
L'unità fu il risultato dell'agire di molti uomini, mossi da motivazioni per più aspetti differenti, ma animati da uno stesso spirito.
Come si può dimenticare il genio militare di Garibaldi, che seppe combattere e vincere, quasi sempre in condizioni di inferiorità numerica?
Come si può dimenticare il genio diplomatico di Cavour, la sua dedizione illuminata alla costruzione della macchina amministrativa dello Stato, alla nascita di un'economia moderna?
Ma non dobbiamo neppure dimenticare che l'unità non si sarebbe realizzata se, dopo la sfortunata rivoluzione del 1848, Vittorio Emanuele - accogliendo il consiglio dei suoi collaboratori più illuminati - non avesse conservato al Piemonte lo Statuto e il Tricolore, se non avesse accolto in Piemonte migliaia di esuli da ogni parte d'Italia, come Scjaloia, Poerio, Spaventa, Ferrara, De Sanctis, Tommaseo.
Questo è il grande merito di colui che ancora oggi ricordiamo come Padre della Patria.
Per capire lo spirito di quello che accadde in quei giorni, di come fu possibile che accadesse, dobbiamo rileggere la lettera che Farini scrisse a Cavour da Teano, il 27 ottobre 1860: "Facemmo insieme tutta la strada da Presenzano a Teano, Garibaldi alla sinistra del Re, noi tutti, generali, ministri, ufficiali mescolati con le Camicie Rosse a cavallo, lombardi, veneti, inglesi, piemontesi, genovesi e romagnoli. Dal Re a Pangella, volere o non volere, diventammo tutti una banda di garibaldini…".
Siamo tornati ora a pronunciare, senza remore e senza retorica, giustamente e finalmente, la parola "Patria".
E' una parola impegnativa, nobile, che fa riflettere.
Non la si può pronunziare senza interrogarsi su cosa significa, su quali doveri porta con sé.
Per Giuseppe Mazzini "la Patria è una comunione di liberi e d'uguali affratellati in concordia di lavori verso un unico fine. La Patria non è un aggregato, è un'associazione. Non vi è Patria dove l'uniformità di quel diritto è violata dall'esistenza di caste, di privilegi, d'ineguaglianze".
Queste parole del Mazzini rilette oggi, mentre celebriamo la costruzione dell'Italia unita, ci inducono a onorare i Padri Costituenti che, nel 1947, seppero realizzare l'ideale dell'unità d'Italia inteso come unità morale e politica delle volontà di uomini e donne, liberi e uguali. Lo fecero iscrivendo i diritti fondamentali del cittadino quale fondamento giuridico della vita stessa della comunità nazionale.
L'alto insegnamento di civiltà di quelle pagine che danno origine alla nostra Repubblica è vivo, operante, fonte di ispirazione anche per le scelte europee che abbiamo fatto e che stiamo per fare.
Carlo Cattaneo definisce la Patria "un comune nascimento di pensieri" e tutto il suo programma federalista è concepito come una forma più ricca di unità, superiore a quella degli Stati accentrati, nella convinzione che la vera unità è quella che conserva il pluralismo e trae forza da esso.
E non a caso Cattaneo celebra nei suoi scritti il momento in cui "liguri, subalpini e toscani" nel 1848 adottarono il Tricolore "a segno di unità". Sulla piazza di San Marco a Venezia, il 22 marzo 1848, Daniele Manin, salito in piedi sul tavolo di un caffè, pronunciò queste parole: "Non basta aver abbattuto l'antico governo, bisogna altresì costituirne uno nuovo, e il più adatto ci sembra quello della Repubblica, che rammenti le glorie passate e le libertà presenti. Con questo formeremo uno di quei centri che dovranno servire alla fusione successiva, e poco a poco, di far di questa Italia un sol tutto".
E fu proprio l'eroe veneziano il primo Presidente della Società Nazionale che impostò il compromesso tra i repubblicani e Vittorio Emanuele, per un programma concreto di indipendenza nazionale.
Solo la Repubblica ha saputo costruire il regionalismo, lo sviluppo dell'autogoverno, delle autonomie locali.
Posso testimoniare il senso di soddisfazione e di speranza quando la Costituzione repubblicana accolse il progetto delle Regioni d'Italia. Apparve a noi, giovani di allora, una grande conquista di libertà, un arricchimento per la Nazione. E' un programma che oggi trova un nuovo impulso costituzionale, che deve essere portato avanti per promuovere un governo migliore e dunque per sviluppare la coscienza di collaborare tutti alla realizzazione del bene collettivo.
Pochi giorni fa, il 4 novembre, sui campi di San Martino vicino al Lago di Garda ho ricordato una delle battaglie che hanno fondato la Nazione.
La battaglia per le libertà degli italiani non fu mai isolata; venne vissuta insieme ai popoli d'Europa: greci, polacchi, ungheresi, tedeschi.
L'Inno di Mameli - il canto degli insorti del 1848 - ci ricorda quella lotta comune. Non a caso tutti questi popoli si trovano oggi insieme a progettare un nuovo avanzamento nella costruzione delle istituzioni comuni, di una Unione Europea più grande e più coesa. Per significato profondo, ciò che accade in Europa è simile a quello che l'Italia visse un secolo e mezzo fa. Anche oggi, come allora, le coscienze dei giovani vanno più avanti delle realizzazioni. I giovani d'Europa sentono già l'importanza della bandiera azzurra con dodici stelle, dell'"Inno alla Gioia"; sentono già l'importanza dei legami giuridici e delle libertà comuni che abbiamo conquistato. Sta in noi essere all'altezza e costruire istituzioni che rendano effettivo l'esercizio della cittadinanza europea.
In questo sappiamo di avere il conforto degli ideali, delle speranze, del pensiero e dell'azione degli artefici del Risorgimento d'Italia.
Viva l'Europa, Viva l'Italia".

sabato 15 novembre 2008

I LIGURI,DALLA PREISTORIA AI NOSTRI GIORNI

Segnaliamo agli amici liguri la rivista "Radici cristiane"(vedi la copertina) di questo mese,che pubblica un interessante DOSSIER
sulla storia della Liguria,non come storia "minore", ma come storia protagonista nell'Europa occidentale:
I Liguri, dalla preistoria ai nostri giorni


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mercoledì 22 ottobre 2008

FRATELLI D'ITALIA e FRATELLI DUOSICILIANI...

Da:
mario moccia
A:
oraziovasta
Oggetto:
risposta a tuo post su "movimenti indipendentisti"
Sì Orazio, bella ed esaustiva la tua analisi sul fatto di sapere che non siamo soli nel non sentirci italiani, ma d'altra parte un pò incompleta, mancando ad esempio l'indicazione del mio movimento di RISORGIMENTO DUOSICILIANO che é legittimato dalla storia.

Con tutto il rispetto per la voglia di autonomia di tutti i movimenti da te indicati, hai tralasciato(non capisco perché, un movimento che sta operando bene, con ottimi risultati di aggregazione come I COMITATI DUOSICILIANI!
APPARE EVIDENTE A QUESTO PUNTO LA TUA IDIOSINCRASIA PER LA PAROLA STESSA DUESICILIE e non capisco perché.
Mi sembri un po uno che se la tira, per il solo fatto di essere siciliano.
Ma la Storia che giustificherebbe una richiesta di autonomia, é una storia Duosiciliana, di un regno durato settecento anni e per il quale hanno operato per il progresso delle genti e del territorio voluto da Ruggero II, grandi re quali ad esempio i Borbone.
Tu non puoi e secondo me non devi mettere sullo stesso piano la nostra più che legittima richiesta di autonomia di un territorio come le Duesicilie e uno scoglio in mezzo al mare dove un 65enne vuole fondare una repubblica.
Diventa così tutta una pagliacciata folcloristica, inficiando tutto l'enorme valore dell'attività dei duosiciliani, e la nostra stessa storia!
Stando al tuo punto di vista, essendo lo stivale fatto da un popolo di creativi, di questo passo, ci ritroveremo 60 miloni di autonomisti, ciascuno con il proprio quartiere, mandando a puttane - ribadisco - una storia nobile ed onorevole come quella delle Duesicilie.
Ma che fai, Orazio, lavori contro?
Ti suggerisco una cosa, mio intelligente amico, prendi una posizione più seria, aderendo ai COMITATI DUESICILIE, e collabora a donare il tuo prezioso tempo alla sola, vera causa indipendentista.
Altrimenti mi vedrò costretto a pensare che tu sia un guastatore dei servizi segreti della politica italiana che a questo punto, tende a rendere ridicola ogni voglia di autonomia di un fiero popolo come il nostro che no, non ha mai voluto, essendo una vera nazione, far parte di un altro stato.
Con rinnovata stima per la tua intelligenza, non sarà un incidente di percorso a toglierti la mia amicizia.
Mario Moccia di Montemalo
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Caro Mario Moccia.
Ancora una volta,in pochissimo tempo,mi ritrovo,mio malgrado a dover replicare ad un tuo intervento...in verità si tratta di un commento ad un mio post su un articolo pubblicato da "il Giornale" sui movimenti indipendentisti e autonomisti "d'Italia",commento ricevuto il 18 agosto...Ma,prima della mia replica, caro Moccia,rileggiamo assieme il testo integrale dell'articolo de "il Giornale",ripeto de "il Giornale",caro Mario...Dal blog "A Rarika" di...
giovedì 16 ottobre 2008
"Da Nord a Sud è un continuo proliferare di piccoli partiti e formazioni che sono contro il centralismo e puntano all’autodeterminazione dei popoli"
Da "il Giornale" di Martedì 14 ottobre 2008 pag.19
Da Nord a Sud è un continuo proliferare di piccoli partiti e formazioni che sono contro il centralismo e puntano all’autodeterminazione dei popoli
I fratelli d’Italia... che tifano per l’indipendenza
Agguerriti e documentati, si aggrappano alla storiaper rivendicare l’autonomia geografica e linguistica
Marco Zucchetti da Milano
«Siam pronti alla morte,l’Italia chiamò».Sì,ma Mameliha trovato occupato. Almeno stando al proliferare di movimentiche in questo Paese dibello ci trovano poco e che diquesto Paese cercano di disfarsicome di un peso.Indipendentisti, regionalisti,autonomisti e secessionisti per cui la Lega è solo una Dc truccata. Nostalgici di regni e Comuni,quando al di là del fiume già abitavalo straniero.Decine diformazioni politico-culturaliche combattono il centralismo in nome dell’autodeterminazioneo di maggiore libertà. Partiti radicati come la Südtiroler Volkspartei, il Partito Sardo d’Azione o la LigaVeneta Repubblica. Ma anche soggetti giovani, dal Nord Autonomo alle Valli Unite.In principio furono le Regionia Statuto speciale. La Valle d’Aosta dove si bruciavano tricolori durante la festa degli alpini,dove si parla patois e sivota per Union Valdôtaine,Federation Autonomiste,Vallee d’Aoste Vive e RenoveauValdotain. L’Alto Adige dovesi va dagli Amisc dla Ladinia Unida alla Unionfur Südtirol,da Die Freiheitlichen al Süd-Tiroler Freiheit di EvaKlotz. Quella che faceva affiggere cartelli con scritto«Südtirol ist nicht italien».Più Vienna che Roma. Così come più Lubiana che Trieste è il movimento Slovenska Skupnost della comunità slovena in Friuli. Un partitoche se la vede con Fuarce Friul e l’anima bifronte dellaregione: il Fronte Giuliano eil Fronte Friulano, con tanto di crociato nel simbolo.Nelle isole, poi, le istanze anti-italiane sono ataviche.In Trinacria si va dal FronteNazionale Siciliano (fondatonel 1964) alla Nuova Sicilia,fino al Movimento perl’Indipendenza della Sicilia di Musumeci. Ma è la Sardegna la zona a maggior intensità secessionista. Motivi geograficie soprattutto linguistici,come ricorda Erricu Madau,portavoce di A Mancapro s’Indipendentzia (simbolofalce, pugnale nuragicoe benda dei mori): «La storiadi liberazione sarda è statanegata, come nei Paesi Baschi».
Il movimento di sinistra indipendentista propone un’isola libera e socialistae guarda alla Corsica e alla Palestina, tanto da finire nelmirino del «sistema repressivoitaliano», che sta processando alcuni affiliati per associazione sovversiva con finalitàdi terrorismo. Nella loro ottica è lotta di liberazione,diffusione della coscienza anti-centralista. La stessa per cui combattono Indipendèntzia Repùbrica de Sardigna,il Movimento Sardistae Sardigna Natzione Indipendentzia.Ma l’autonomismo non sempre è estremo. Che dire per esempio del MovimentoAutonomista Valsesiano,guidato dall’elettricista MarcoGiabardo, che ha comeidolo Frà Dolcino (un eretico novarese del Trecento)? «LaValsesia era libera fino al1848 e combattè con gli austriaci,non è Piemonte.E poiil termine "Italia" è come la svastica: un simbolo in origine positivo ma che ormai è portatore di negatività».Il principio è uno: solidarietà ai popoli ma si combatte lapropria battaglia da soli. Anche in regioni centrali: si va dal Movimento Autonomista Toscano a Legittima Difesa:movimento di liberazione umbro, fino al Masl,gli autonomisti del Sud Lazio.Certo, poi gli obiettivi sono diversi. Per esempio le macroregioni storiche non hanno mai smesso di affascinare:il Parti de la Nation Occitana vorrebbe unire le genti da Andorra a Torino, Alpazure l’Uniùn de li tradisiun brigasche quelle dalle Alpi Marittime a San Remo e alla Provenza. Mentre Domà Nunch propugna l’econazionalismo della «Madre Terra Insubria» contro «gli anacronistici confini statali».Ironici, documentati e agguerriti sono infine gli esponenti del Movimento Indipendentista Ligure, guidato dal professor Franco Bampi.Quelli che hanno chiesto ai Savoia 70 miliardi di risarcimento:«La Liguria era indipendente al momento del Congresso di Vienna e nessuno ha firmato l’annessione plebiscitaria al Regno di VittorioEmanuele II. Per cui siamo militarmente occupati dagli italiani fin dall’Ottocento».
Cosa chiedono? «Il riconoscimento dell’indipendenza,così da creare poi una Repubblica Mediterranea da Nizza a Piacenza, con capitale Genova, lingua ufficiale il dialetto e autonomia fiscale sui porti. Abbiamo pure già due inni nuovi. Perché "Mase ghe pensu" è bella, ma è troppo triste». E se sullo scoglio di Malu Entu un 65enne può autofondare una repubblica e a Seborga (Imperia)c’è il Principe, mica vorremo metterci a piangere?
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http://www.ilgiornale.it/lp_n.pic1?PAGE=88770&PDF_NUM=1281
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Riprendo,brevemente,la mia replica...Caro Moccia,evidentemente,rileggendo assieme il mio post sui "movimenti indipendentisti",spero che ADESSO avrai capito-non è mai troppo tardi-che l'articolo non è mio,ma di Marco Zucchetti,e che è stato pubblicato il 14 ottobre da "il Giornale",a pag.19...In ogni caso,nonostante i limiti,considero l'articolo in questione POSITIVO. La LEGA NORD ne esce con le ossa rotte,e l'unità imposta nel 1860 non solo alla Sicilia e al Meridione,vedi il Veneto e la Liguria,NON SCONTATA.
Ma,dal tuo commento-una volta che abbiamo ammesso che avevi scambiato l'autore dell'articolo-quello che si nota è la tua voglia di ANNESSIONE nei miei confronti: mi dovrei iscrivere ai CDS e smetterla con questo distinguo come siciliano dai duosiciliani.
CHIARISCO:i padri della mia PATRIA,la SICILIA,hanno versato il loro sangue per liberare la Trinacria dal dominio borbonico.
Non sono "Duosiciliano" e non potrò esserlo MAI,perchè la mia storia,come siciliano,è la storia di una NAZIONE,la Sicilia, distinta e separata dal Sud d'Italia.
La Sicilia,infatti,caro Mario,NON E' SUD,NON E' MERIDIONE,NON E' DUOSICILIANA.
La Sicilia è Sicilia!
E come siciliano,assieme ai fratelli "duosiciliani",intendo dare il contributo per la libertà dei nostri Popoli. Assieme anche ai fratelli liguri del Mil e veneti del Pnv.
Come siciliano!
Fraternamente,Orazio Vasta
Ps:Per la mia attività di agente segreto,prossimamente al cinema l'ultimo film di oo7...

martedì 21 ottobre 2008

GENOVA:il F.N.S.-Sicilia Indipendente ha incontrato i siciliani della diaspora...

RICEVIAMO E VOLENTIERI POSTIAMO questo intervento degli amici del Fns che operano in Liguria, Terra dove è attivo il Mil -il movimento che si batte democraticamente per l'INDIPENDENZA DELLA LIGURIA...
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Il Vice Segretario Politico degli Indipendentisti del F.N.S., FABIO CANNIZZARO, da Genova, scandisce i punti programmatici ed ideali del moderno indipendentismo militante siciliano
‘U Frunti Nazziunali Sicilianu – Sicilia Indipinnenti ( Fronte Nazionale Siciliano – Sicilia Indipendente) dopo alcune sollecitazioni giunte ha avviato una serie di confronti con alcune comunità siciliane di emigrati e/o residenti nel Nord Italia sull’azione politica e i temi qualificanti portati avanti da ‘u F.N.S.

Ed è appunto in questa chiave che il suo Vice Segretario Politico, Fabio CANNIZZARO ha partecipato, appunto ieri, ad un incontro conviviale organizzato,nella Città di Genova, in una residenza privata, con un gruppo di Siciliani emigrati e/o residenti in Liguria.
L’incontro è stato a 360° con domande che hanno spaziato dal ruolo del Governo Regionale ( criticato in modo argomentato più vocato al dire che al fare) al dissesto al Comune di Catania (condizione definita estrema e paradigmatica) sino al cosiddetto “FEDERALISMO FISCALE” e su quale sia l’idea di Sicilia che gli Indipendentisti F.N.S. offrono e propongono ai siciliani ponendo particolare attenzione a spiegare perché ‘u F.N.S. si oppone alla IATTURA PONTE SULLO STRETTO.
Il vice segretario politico du Frunti Nazziunali Sicilianu riguardo il FEDERALISMO FISCALE, voluto dalla Lega, ha detto che: “ questo, nei fatti, è "un attacco alle prerogative statutarie della Sicilia e alle guarentigie che lo Statuto Speciale d’Autonomia sancisce e garantisce anche oltre e al di là della vergognosa quasi totale non applicazione imposta dai partiti centralisti italiani”CANNIZZARO ha poi aggiunto che : “ l’applicazione del Federalismo, in salsa leghista, avrà ovviamente conseguenze e contribuirà, nel medio e lungo termine al mantenimento di odiose condizioni di Neocolonialismo in Sicilia.
"Interrogato, dai Siciliani intervenuti al momento conviviale,poi riguardo alla crisi finanziaria, CANNIZZARO ha criticato l’idea, che anche in Sicilia, ha tanti sostenitori, che il Capitale Finanziario possa sostituire la reale produzione di beni.
Sono bolle speculative di cui tutti, ma proprio tutti oggi e soprattutto domani pagheremo il conto.
“Ovviamente la priorità è stabilizzare il sistema finanziario, ma in occasione di ciò occorre riformarlo definitivamente per legarlo alla Sicilia Antimafiosa, produttiva, democratica, pacifica, florida e Autodeterminata che Noi vogliamo costruire”.
CANNIZZARO ha poi invitato, nel corso dell’incontro, gli astanti ad un minuto di silenzio, in ricordo del 64° anniversario della cosiddetta “Strage del Pane” consumatasi a Palermo appunto il 19 ottobre 1944 quando l’Esercito con funzioni di polizia e al servizio dell’allora rinato Governo Italiano ( con all’interno anche gli allora SocialComunisti) lasciò sulle strade della Capitale Siciliana una scia di morte e sangue sparando sulla folla inerme.
Quei morti prima obliati, grazie anche all’impegno du F.N.S., oggi vengono finalmente ricordati ma si è lontani da soddisfare ancora la sete di verità e giustizia che i parenti delle vittime a tutto oggi lecitamente coltivano.
CANNIZZARO ha, quindi, ricordato come, nelle stesse ore, presso la Sede Nazionale di Palermo du F.N.S., si svolgesse un ATTIVO su quei tragici eventi e il clima politico di quegli anni.
L’occasione d’incontro si è poi conclusa con una serie fitta di domande dei presenti su ‘u F.N.S., le sue iniziative e con la reciproca promessa di rincontrarsi a breve nella bella Terra di Liguria.

venerdì 17 ottobre 2008

"Le relazioni commerciali tra Savona e Gaeta nel Tardo Medioevo"


Ricevo da Gaeta e pubblico...
Comunicato Stampa
"Le relazioni commerciali tra Savona e Gaeta nel Tardo Medioevo"
Il libro sarà presentato domani a Savona. Presente il Sindaco Raimondi
Il sindaco Antonio Raimondi si recherà domani, 18 ottobre, nella città di Savona per presentare il libro "Le relazioni commerciali tra Savona e Gaeta nel Tardo Medioevo" che contiene un saggio scritto dalla professoressa Vera Liguori Mignano, dal professor Pasquale Corbo e da Luca Di Russo.
Il volume è stato curato da Patrizia Sciappacasse che si è interessata dei documenti provenienti dall’Archivio di Stato di Savona.
Il Primo Cittadino accompagnerà gli autori della ricerca storica per testimoniare l’appoggio dell’Amministrazione a questa iniziativa.
"Sono molto contento di questo lavoro che permette a Gaeta di essere conosciuta sia come città che come città marinara ricca di storia e di prestigio. Non siamo ancora riconosciuti come Repubblica Marinara, ma stiamo predisponendo l’iter per ottenere questo importante titolo grazie anche alla collaborazione dell’associazione Gaeta e il Mare – afferma il Sindaco – I nostri concittadini hanno fatto un ottimo ed interessante lavoro che traccia un quadro chiaro e preciso dei rapporti commerciali nel tardo Medioevo. Esportare la nostra cultura marinara in altri centri d’Italia è un modo per farci conoscere ed attirare un certo tipo di turismo, quello storico, che Gaeta può ospitare tutto l’anno organizzando mostre, convegni e dibattiti su diversi temi collegati".
Il libro "Le relazioni commerciali tra Savona e Gaeta nel Tardo Medioevo" fa parte della Collana Storico Documentaria del Comune di Gaeta composta di 7 volumi:
Il Carteggio di Gaeta, a cura di Elena Cecchi Aste;
Le Pergamene di Gaeta, a cura di Paquale Corbo;
Gaeta agli inizi del Quattrocento, scritto da Vera Liguori Mignano, Ludovico Gatto, Bruno Dini, Elena Cecchi Aste e Pasquale Corbo;
Le relazioni commerciali tra Genova e Gaeta nel Tardo Medioevo (2 volumi), a cura di Patrizia Sciappacasse con un saggio di Pasquale Corbo e Vera Liguori Mignano;
Le relazioni commerciali tra Savona e Gaeta nel Tardo Medioevo, a cura di Patrizia Sciappacasse con un saggio di Pasquale Corbo, Luca Di Russo e Vera Liguori Mignano. Prefazione di Ludovico Gatto.
La presentazione si terrà, sabato 18 alle 16,30, nella Sala Rossa del comune di Savona. Interverranno Federico Berruti, sindaco di Savona, Carmelo Prestipino, Presidente della Società Savonese di storia Patria, Antonio Raimondi, sindaco di Gaeta, Vera Liguori Mignano, Furio Ciciliot e Patrizia Sciappacasse. Il coordinatore dell’incontro sarà Silvio Riolfo Marengo.
Gaeta, 17 ottobre 2008
Segreteria del Sindaco
Giovanni Fantasia

giovedì 16 ottobre 2008

"I fratelli d’Italia... che tifano per l’indipendenza"

il Giornale
Martedì 14 ottobre 2008
I fratelli d’Italia... che tifano per l’indipendenza
Il caso del movimento ligure che ha chiesto il risarcimento ai Savoia
Ironici, documentati e agguerriti sono infine gli esponenti del Movimento Indipendentista Ligure, guidato dal professor Franco Bampi. Quelli che hanno chiesto ai Savoia 70 miliardi di risarcimento: «La Liguria era indipendente al momento del Congresso di Vienna e nessuno ha firmato l’annessione plebiscitaria al Regno di Vittorio Emanuele II. Per cui siamo militarmente occupati dagli italiani fin dall’Ottocento».
Cosa chiedono?
«Il riconoscimento dell’indipendenza, così da creare poi una Repubblica Mediterranea da Nizza a Piacenza, con capitale Genova, lingua ufficiale il dialetto e autonomia fiscale sui porti. Abbiamo pure già due inni nuovi. Perché “Ma se ghe pensu” è bella, ma è troppo triste».
E se sullo scoglio di Malu Entu un 65enne può autofondare una repubblica e a Seborga (Imperia) c’è il Principe, mica vorremo metterci a piangere, no?
Leggi tutto l'articolo in formato pdf
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Nell'articolo di Marco Zucchetti si parla e si citano diversi movimenti indipendentisti che operano "in Italia":per la Sicilia,il Fns-Sicilia Indipendente e il Mis. e' citata anche Nuova Sicilia,che mai è stata indipendentista.(nota del blog)

martedì 7 ottobre 2008

I MONUMENTI DEI NEMICI VINTI SI BUTTANO GIU'

I monumenti dei nemici vinti si buttano giù
Franco Bampi*
...Innanzi tutto il Mil.Il lettore interessato a conoscere maggiormente il Mil è invitato a consultare il sito ufficiale www.mil2002.org dove troverà tutte le informazioni che gli interessano.
Veniamo alla storia. Il 4 luglio 1848 l'Assemblea nazionale del Veneto votò, contrario Daniele Manin, l'annessione al Regno di Sardegna. Il 21 ottobre 1866 il Veneto votò il plebiscito di annessione al Regno d'Italia. E proprio nel Veneto vi sono vari movimenti che, giudicando una farsa la celebrazione dei plebisciti, vorrebbero riottenere l'indipendenza della loro terra. Circa la Liguria, essa fu annessa all'impero napoleonico nel 1805 e non nel 1806. Quanto poi al generale Bentinck, egli non «occupò» la Liguria, ma la liberò (come fecero le truppe alleate con l'Italia nel 1945) dalle truppe d'occupazione francesi e le restituì la sovranità con il famoso
Proclama del 26 aprile 1814 nel quale il Generale dichiara «art. 1 - che la costituzione quale esisteva nell'anno 1797, con quelle modificazioni che il voto generale, il pubblico bene e lo spirito dell'originale Costituzione del 1576 sembrano richiedere, è ristabilita». Nel contempo nominò un Governo Provvisorio che rappresentò la Nazione Ligure, sovrana e indipendente, al Congresso di Vienna dove le Potenze Europee conculcarono le decisioni del generale Bentinck stabilendo illegittimamente e d'imperio l'annessione della Liguria al Regno di Sardegna.
Quanto poi al fatto che i monumenti debbano fare riferimento ai personaggi del tempo,non risulta che, per esempio, le varie statue di Mussolini siano rimaste dove furono erette in onore del «personaggio del tempo»! Gli Italiani, stabilito che Mussolini era un dittatore, hanno rimosso tutto ciò che gli faceva onore. Ora non v'è dubbio alcuno che i Savoia siano sempre stati i
nemici storici di Genova e della Liguria, terre che hanno sempre cercato di conquistare con congiure o guerre, arrivando addirittura ad autorizzare il feroce Sacco di Genova del 1849. Non si comprende perché oggi, che finalmente ci siamo liberati dei Savoia, non possiamo anche rimuovere tutto quello che ancora li onora come l'intitolazione a Carlo Felice del Teatro Lirico o la statua di Vittorio Emanuele II in piazza Corvetto.
Per il resto spero che Mario Lauro voglia lasciar riposare Collodi e gli antichi greci; eviti di parlare di cosa rincorre il Mil (visto che egli stesso afferma di ignorarlo) e si legga qualche buon libro sul folclore per imparare che nelle tradizioni popolari sta il sale della vita.
* segretario Movimento Indipendentista Ligure

sabato 20 settembre 2008

Come è stato “raccontato-trattato” il massacro di Genova del 1849 dai giornali genovesi


“IL LAVORO” del 24/11/1979 ha titolato :
Aprile 1849 a Genova : l’altra faccia del Risorgimento.
“Da un libretto totalmente dimenticato la cronaca del testimone oculare della presa di Genova da parte delle truppe di Lamarmora: un feroce bombardamento, razzie, violenze, sadismo. “oltre agli averi dei cittadini si diè piglio ai vasi sacri e agli arredi dei templi, si stuprarono vergini, le madri insultavansi. Nel palazzo del principe Doria si fecero ingollare ad alcuni dei nostri prigionieri gallette inzuppate di sangue...” Tutto questo perché i genovesi, dopo la sconfitta di Carlo Alberto a Novara, avevano cercato di tornare indipendenti... ecc... ecc...”

“Il SECOLO XIX” del 10/04/1999 ha titolato:
Le bombe dimenticate. Genova martoriata
come Belgrado e Pristina
“Centocinquanta anni fa l’operazione fu condotta dal generale La Marmora che tornò a Torino come un eroe. Il numero dei morti è stato nascosto e si è fatto di tutto per cancellare persino i nomi delle vittime...
Nessun giornale raccontò la tragedia e tantomeno le violenze e gli stupri dei bersaglieri. Che per un secolo a Genova non furono più accolti... ecc... ecc...”

“IL GIORNALE ”
del 05/09/1999 ha titolato :
1949, Genova massacrata dai bersaglieri dei Savoia.
Stragi e stupri premiati a suon di medaglie
“Le compagnie comandate da Alfonso La Marmora si dimostrarono particolarmente feroci. Centocinquant’anni fa Vittorio Emanuele II ordinò alle sue truppe scelte di reprimere nel sangue la ribellione degli insorti della Superba che non intendevano subìre supinamente l’annessione al regno. Di qui un risentimento non ancora dimenticato... ecc... ecc...”

“IL SECOLO XIX” del 26/07/2000 ha titolato un articolo firmato dal Prof. Giovanni Rebora, in allora Professore di Storia Economica e Direttore del Dipartimento di Storia moderna e contemporanea all’Università di Genova :
Caro Maggiani, ai Savoia abbiamo già dato
“…Quando il Congresso di Vienna ( 1814) decretò la fine delle Repubbliche di Genova, di Lucca, di Venezia, quelle Repubbliche non erano affatto in declino: furono debellate da forze militari preponderanti. In una Europa infestata da Re di origine germanica, non doveva esserci posto per Repubbliche, e tanto meno per Repubbliche ricche, finanziariamente più potenti di qualsiasi reame. Così Genova venne aggregata agli Stati Sardi di Terraferma sotto la corona del re di Sardegna. Nessun plebiscito sanzionò l’annessione... Nel 1849 la ribellione di Genova, dopo la sconfitta di Novara, viene repressa nel sangue dalle bande di avanzi di galera del generale La Marmora, che a Novara scappò come un coniglio, ma a Genova seppe uccidere decine di ortolani di San Teodoro, stuprare e devastare al grido di dov’è balilla…”.

sabato 13 settembre 2008

FEDERALISMO DEL MARE,DELLA TERRA E DEL CIELO...







Ricevo dal Partito del Sud e pubblico...con una nota:come Siciliano non considero assolutamente gli indipendentisti liguri del MIL "compatrioti"...I patrioti del Movimento Indipendentista Ligure sono miei FRATELLI,come i VENETI ,i KOSOVARI,i SARDI,gli SCOZZESI,i DUOSICILIANI... "Compatrioti" NO! La mia Patria è la Sicilia,la Patria dei liguri del MIL è la Liguria! FRATELLI? SI!



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PARTITO DEL SUD : FEDERALISMO DEL MARE, DELLA TERRA E DEL CIELO
Il federalismo fiscale, bozza Calderoli, è valido solo per le Regioni agrande concentrazioni industriali, Il Partito del Sud,unendosi ai compatrioti liguri del MIL ne condivide appieno le considerazioni sul federalismo dei porti, anzi, le abbiamo riconosciute validissime più volte e le sottoscriviamo.
La Regione Lazio ha creato un Network tra i suoi porti ( Civitavecchia, Gaeta, Fiumicino), e sarebbe pronta a gestire la massa di milioni di euro che questo Stato centralista divora. I cosiddetti porti di Roma danno allo Stato centrale milioni di euro in tasse, di cui, solo in piccola parte tornano sul territorio.
Il Partito del Sud chiede il Federalismo del Mare.
Che significa?
Oltre alle tasse portuali, il Demanio marittimo incamera milioni di euro per le concessioni demaniali sugli ottomila km di coste di cui l'Italia dispone (spiagge,porti turistici,porti pescherecci, darsene,cantieri navali,Vivai di cozze e di pesci).
Oggi il Partito del Nord è al potere ( La Pdl e la Lega Nord) e cerca, con il federalismo fiscale alla Lumbard di disfarsi del Sud in quanto poco industrializzato, facendo quindi pagare meno tasse ai padani e caricando il mezzogiorno d'Italia di altri fardelli, togliendo ai comuni del Sud quellepochissime risorse che in 147 anni ha elemosinato, dopo che ci è stataesautorata ogni forma di economia.
Gaeta ha sempre vissuto con il mare, e con esso ha dato ricchezza e lavoro ai suoi abitanti.
Nel 1861 una flotta mercantile di 300 navi dava prosperità a tutto il popolo, 64 paranze davano lavoro ai pescatori, centinaia di operai specializzati lavoravano nei cantieri navali. Mastri d'ascia, bozzellai, velai, cordai falegnami, stipettai erano il vanto delle arti e mestieri.Avevamo imprenditori illuminati, fabbriche di sapone, di vele, di cordami. Un'agricoltura fiorente dava lavoro a duemila contadini, le nostre colline erano coltivate e mantenute come giardini in fiore.Lo stato centralista ha affamato la nostra economia, le tasse dei gaetani, e dei meridionali, le rimesse degli emigranti, in 150 anni di cosiddetta unità d'Italia, hanno industrializzato il nord, hanno arricchito i padani.E' giunta l'ora di tornare a contabilizzare le nostre fatiche, basta con la Milano ladrona, con la padania ladrona.
Bossi ha proprio ragione, facciamo i conti del dare ed avere, è tutto scritto al ministero del tesoro, noi non ci accontentiamo del federalismo fiscale di Calderoli, vogliamo l'antica autonomia, vogliamo il federalismo del mare e della terra.
Federiamo i nostri beni demaniali, lo abbiamo sentito dire a Tremonti.Con le prossime elezioni europee, i partiti filorisorgimentali, vogliono far fuori il nascente orgoglio del sud, mettendo il bavaglio del 5%.Diciamo a Berlusconi che ci alleeremo anche con il diavolo, ma ci saremo, il sistema è imploso, è alla frutta, tocca a noi del sud prendere le redini di questa nazione infetta dal malgoverno.
Chiediamo il federalismo del Mare, della terra e del cielo.
L'etere deve essere governato dalle regioni e dai comuni, bisogna dismettere i distretti territoriali del ministero delle telecomunicazioni, veri centri del malessere nazionale. La vicenda di TMO Gaeta è emblematica: è stata oscurata e nonostante abbia vinto una causa contro Europa tv, è ancora spenta.La polizia postale di Roma, con la Digos, il 17 luglio voleva perquisire la sede del Partito del Sud, voleva sequestrare il trasmettitore televisivo della prima telesctreet italiana. Dobbiamo ringraziare il buonsenso del giudice Miliano di Latina e delll'ispettore Colasanti se non è successo l'irreparabile.Fuori la sede del P'artito del Sud c'erano oltre cento tra donne e ragazzi, tutti decisi a difendere la loro tv.L'ufficio di Roma, incompetente, aveva decretato che TMO non è una telestreet, lo ha deciso un dirigente, sostituendosi al giudice del tribunale di Ancona e al Parlamento italiano.
Agisce ancora leggendo una circolare ministeriale, sorpassata dagli eventi e dalla tecnologia, dalle sentenze che sono leggi in mancanza di esse.
Partito del Sud




lunedì 1 settembre 2008

GENOVA:CITTA' MARTIRIZZATA DAI SAVOIA!


RELAZIONE DELLA COMMISSIONE PER L'ACCERTAMENTO DEI DANNI CAUSATI DAI SAVOIA A GENOVA
"Signori,In esecuzione della capitolazione, che il Municipio trattò e conchiuse col Generale La Marmora, le Regie Truppe il giorno 11 aprile occuparono militarmente tutta la Città di Genova. I soldati nei giorni precedenti eransi abbandonati ad eccessi veramente deplorevoli nelle colline di Promontorio, di Belvedere, degli Angeli, di S. Benigno, di S. Rocco e nella parrocchia di S. Teodoro: si temeva che nell'ebbrezza della vittoria non volessero affatto desistere nell'interno della città. Nè vano era siffatto timore: imperocchè in questo stesso Palazzo Civico appena vi prese alloggio il generale La Marmora ed il suo Stato Maggiore, i Bersaglieri, occupato ad uso di caserma l'Ufficio della giudicatura di S. Vincenzo, dispersero, confusero ed in parte lacerarono le carte ed i registri giudiziari, e mediante rottura di un tavolino derubarono oltre a lire 500 fra denari depositati, effetti preziosi sequestrati e corpi di reato. Per la città poi taluno armata mano avea anche minacciato l'innocuo cittadino. Inoltre le lagnanze ed i reclami d'ogni ceto di persone per le rapine e gli oltraggi patiti a S. Teodoro e nelle circonvicine colline erano continui. La Commissione avendo compiuto il mandato conferito, rende ora ragione del suo risultato.Le relazioni dei danneggiati presentate o fatte alla Commissione sommano a 467, ma non tutti i danneggiati si presentarono. La Commissione le ha divise in due categorie, e le fece registrare in due stati distinti.
Nella prima comprese le relazioni relative ai danni diversi causati in città dal popolo armato, dalle bombe e dalle palle di cannone ed il danno denunciato in questa relazione ascende a lire 75.717,97. Nella seconda categoria furono incluse le relazioni relative al danni causati nei giorni 4, 5, 6 e 7 aprile dalle RR. Truppe nel quartiere di S. Teodoro e nelle colline di S. Benigno, degli Angeli, di Belvedere e di Promontorio. Stando alle relazioni dei danneggiati, che determinarono il montare del patito danno materiale, questo ascenderebbe a lire 645.555,90; vi sono poi sette relazioni nelle quali il danno non è valutato.
Ma, signori, la cifra dei danni materiali è un nulla se noi badiamo al modo col quale furono inferti, e pensiamo al danno morale gravissimo che ne emerse; onde gli odii municipali risuscitati, le antipatie fra cittadini e militari, la discordia a vece dell'unione, che sola può trarci dalla misera condizione in cui precipitammo dopo tante speranze. Egli è quindi che con vero dolore la Commissione si accinge a darvi un sunto di queste relazioni, ove miserandi casi sono narrati, imperocchè ben vede che, nel rimescolare le passate cose, non sta il farmaco dei nostri mali intestini.
Nel giorno 4 aprile, appena scalate le mura della Lanterna ed occupata da quel lato la parte della città, i soldati d'ogni arma, carabinieri e bassi uffiziali compresi, a drappelli si disseminarono in tutto il quartiere di S. Teodoro e nelle suddette colline. Alcuni si stettero battendo contro i pochi armati che difendevano le barricate ed altre posizioni, e gli altri, quasi orde di barbari o di briganti, si presentarono armata mano alle abitazioni dei pacifici cittadini. Se le porte di casa trovavano chiuse, perché gli abitanti ne fossero fuori, ovvero celati si stessero nel recesso più recondito, bussando e ribussando le facevano tosto aprire o meglio a viva forza le atterravano, talvolta scaricati prima i fucili contro le finestre ed ove ciò non bastasse queste scalarono aprendosi per le stesse un facile varco non ostante fossero murate. Qualunque ritardo od ostacolo anche morale frapposto dagli abitanti al loro libero accesso nelle case, punivano con fucilate.
A una donna che sentendo bussare, s'era affacciata alla finestra, le fu sparato contro il fucile, solo perché li avvertiva che i padroni di casa si trovavano in città, fortunatamente non fu colpita, altrettanto fecero contro un ragazzo d'anni undici affacciatosi alla finestra per chiamare il padre; il giovinetto vi lasciò la vita. A un galantuomo, che al sentire bussare alla porta e gridare fortemente "aprite", frettoloso accorreva al comando, furono tirate due fucilate, una la scansò, l'altra colpì la serratura della porta mentre era in procinto di aprirla, si staccò un chiodo e portò via al poveretto un occhio. Entrati nelle case con aria minacciosa, alcuni allegavano il pretesto di voler perquisire armi; altri che volevano mangiare, la maggior parte poi calata ogni maschera furibondi gridavano "Denari, denari o la vita" ed appuntate carabine, pistole, baionette, sciabole e pugnali al petto od alle gole dei tremanti ed inermi cittadini, se non ferivano od uccidevano, minacciavano morte immediata forzando anche i pazienti ad inginocchiarsi e recitare l'atto di contrizione.
Con tale apparato, spaventate le famiglie,si cacciarono addosso alle persone, ne lacerarono le vesti, ne stracciavano o portavano via le saccoccie e le tasche, strappavano dal collo le cravatte, le catenelle d'oro e gli orologi, dalle camicie i bottoni di qualche valore, dagli orecchi i pendenti, dalle dita gli anelli; e se per l'ingrossato dito l'anello non poteva trarsi, si poneva il dito e l'anello tra i denti e rompendo caninamente questo, quello ferivasi. A taluno tolsero persino le scarpe che calzava e vi fu chi dovette cavarsi di dosso la stessa camicia. Spogliate le persone di quanto avevano indosso, se non aprivano i ripostigli del denaro e delle cose preziose, ripetevano le minaccie alla vita o la tragica scena delle carabine appuntate e degli atti di contrizione: ovvero invadevano, percorrevano la casa mettendo tutto a soqquadro, frugando in ogni angolo, in ogni ripostiglio, sconquassando i mobili, rubando ogni cosa di facile esportazione, rompendo, lacerando, sperdendo quanto non potevano portar via.
E fatto il bottino, i ladroni furono visti in pubblica strada battersi fra loro per la divisione della preda ed a queste scene di orrore i medesimi cittadini, dovettero assistere non una sola volta, ma ripetutamente. Ogni nuovo manipolo di soldati che si avanzava, era una nuova perquisizione, erano nuove minacce, violenze, percosse; crescenti sempre in ragione diretta della deficienza del bottino che, come ognuno vede, doveva mancare agli ultimi venuti. E questi aggressori non si ristettero dall'inveire contro le persone e le cose alla vista di famiglie intere chiedenti carità, compassione; non si ristettero all'amichevole accoglienza, all'ospitalità che loro veniva prestata. Anzi allora alcuni ostentarono maggiore ferocia, e gli insulti accoppiavano alle minaccie, altri in realtà vie più inferocendo commisero atti nefandi.
Dicevano: I Genovesi essere tutti "Balilla", non meritare compassione, aver determinato di ucciderli tutti. Questi insulti e minaccie ripetevano a chi si affaccendava di preparar loro il pranzo, ovvero li aveva già saziati. Un macellaio che prestava nel modo il più caritatevole la sua assistenza a quattro soldati feriti, fu replicatamente minacciato, e si volea a qualunque costo ammazzare; ora, perché non svelava l'abitazione dei ricchi, ora perché temevano fosse lombardo. Un povero facchino a cui avevano ucciso un figlio d'anni undici, nell'angoscia di tanto dolore fu obbligato giorno e notte a preparare minestre alle diverse squadre di soldati che si succedevano. Per tutta ricompensa lo derubarono e scaricarono contro la porta di casa settecolpi di fucile. Tre colpi di fucile furono sparati contro chi con la fuga metteva in salvo la vita, fu sparato contro un cittadino dopo che gli fu impedito di penetrare nella propria casa; fu sparato contro un povero padre di famiglia, perché essendo già stato derubato da altra banda di soldati, i nuovi venuti trovarono campo raso, e non avendolo colpito l'obbligarono a guidarli ove potessero rubare; fu sparato contro una serva, che trovarono rinchiusa in una casa che invasero rompendone le porte, l'infelice ferita fu in seguito trasportata all'ospitale militare dal suo padrone; fu sparato contro un contadino e fu mortalmente ferito perché osò raccomandarsi non rovinassero la poca verdura che non potevano consumare; fu sparato contro chi ricusò prestarsi a condurli in una casa ove far potessero pingue bottino; il misero vi lasciò la vita; fu sparato contro un giovine che, attirato dal rumore si era affacciato alla finestra, morì sul colpo.
Né qui han fine le commesse atrocità. Il figlio di un povero facchino, già soldato nella brigata Guardie, giacevasi a letto per ferita riportata alla battaglia di S. Lucia. Sperò d'essere rispettato coprendosi colla sua divisa, ma invano, fu minacciato a morte e poco mancò non compiessero l'atto eroico di uccidere nel letto un loro compagno d'armi. Alle minacce di questi ladroni, allo spavento della madre, una bambina di due anni piangeva, gridava serrata al collo materno, fu strappata dalle braccia della madre e cacciata a terra. In mezzo a tante crudeltà, a tante infamie, è facile presentire che la sola fuga poté preservare la vergine e la pudica moglie dalla brutalità di gente oscena. Ma non tutte le donne ebbero il coraggio d'una madre e di due figlie che, con una fune si calarono dalla finestra lacerandosi le mani; non tutte ebbero la sorte della fanciulla a tredici anni, che alla sfrenata libidine di quei manigoldi fu sottratta per le cure di un prete e di ufficiale; non tutte infine poterono salvarsi fingendo accettare l'incarico di procurare donna più giovane.
Ma ciò che più rifugge, signori, è vedere tentata una madre già depredata e gettata sul letto alla presenza degli innocenti figli e di tutta la famiglia; ed un marito legato ad una tavola, dover assistere all'onta che gli si faceva. Nulla di santo, nulla vi fu di inviolato. Gli arredi sacri del Santuario di N.S. di Belvedere vennero derubati. Erano due calici, una pisside e vani ornamenti preziosi di cui i devoti si erano spogliati ad onore del tempio. Un ufficiale fu complice del sacrilegio, ora ne sconta la pena. Per ben tre volte entrarono armata mano nella casa dei RR. Missionari di Fassolo. La prima volta scalando i muri e rompendo due porte, taglieggiarono quei religiosi di L. 300 che il R. Daneri pagò a chi da una mano ritirava il denaro e con l'altra teneva la pistola montata ed appuntata: la seconda volta sparavano colpi di fucile contro la porta, mentre i Missionari stavano per aprirla; perlustrarono il convento, rubarono e ferirono con un colpo di baionetta nel petto un fratello che erasi per lo spavento chiuso in una stanza; la terza volta nuovamente rubarono, saccheggiarono. Nè meno fortunati furono i Canonici Lateranensi di S. Teodoro, ed il R. Parroco Caprile. Questi religiosi non poterono salvarsi dal saccheggio e dalle minacce, nè in casa privata ove i più eransi rifugiati, nè nella Canonica o Convento, ove alcuni erano rimasti. Ivi l'abate Sauli e il chierico Pitto furono aggrediti armata mano. Il primo ebbe salva la vita perché il chierico asseverò e persuase ch'era quasi demente; il chierico scampò dal pericolo giurando che non era prete. Però vennero entrambi posti in arresto, durante il qual tempo fu dato il sacco a tutte le stanze del Convento; fu rubato un calice, la croce d'oro e l'anello abaziale, una stola, insomma fu rubato tanto per L. 30,186. E più si sarebbe rubato, se non fosse sopraggiunto il cappellano di Reggimento Giorgio Narizzano che, fatto porre in libertà gli arrestati, procurò si salvassero gli altri vasi sacri.
La catastrofe non ha qui fine; ebbero a correre altri pericoli e patire pubblica ingiuria dalla stessa ufficialità e dallo stesso generale La Marmora. Il R. Parroco Caprile avendo cercato durante l'armistizio entrare in chiesa, ne fu impedito ed aggredito dagli ufficiali, venne accusato d'aver predicata la crociata e coi termini più indecenti insultato. Il povero prete tentò svignarsela, ma inseguito a tutta furia dai soldati gli fu sparato contro con una fucilata, della cui ferita a stento si ridusse a guarigione. Il generale La Marmora in occasione del funerale del maggiore Celesia; saliti i primi gradini dell'altare maggiore della chiesa, volgendosi ai soldati ed accennando ai Canonici Lateranensi ed al R. Parroco in piviale che avevano accompagnato il convoglio, disse: " Vergogna! Forse questi sono i capi della rivoluzione ".
Passiamo a parlare dei prigionieri fatti nell'aggressione della città. Sulla sorte di questi disgraziati la Commissione deve pure narrare scene di orrore. Prigionieri vennero fatti tanto i cittadini armati, che deposero le armi od erano nei forti, quanto i cittadini pacifici che trovarono chiusi nelle loro case, e che avevano derubati. Un attruppamento di persone con divisa della Guardia Nazionale, rompendo le porte di una casa, erasi ivi ricoverato, e salito sul tetto inalberava bandiera bianca, deponendo le armi. Sopraggiunsero in casa i bersaglieri, tosto ne stilettarono uno, e fecero prigionieri gli altri unitamente al conduttore della casa, che a quei sciagurati aveva dato forzato ricovero. Tratti tutti in istrada, il generale La Marmora ordinò l'immediata fucilazione di un altro. Il conduttore della casa, dopo liberato di carcere tornò al suo domicilio e si convinse che altro delitto vi era stato commesso perché trovò tutti insanguinati due materassi di un letto. Un cittadino fu imprigionato mentre inerme e solo se ne andava a casa, fu legato con le mani dietro al dorso; era strettamente legato e quando pregò gli allentassero i lacci, li strinsero ancora più.
Tutti i prigionieri furono condotti al forte della Crocetta. Mentre li traevano alla prigione, i soldati in mezzo de' quali transitavano, o li prendevano a calci e pugni o li schiaffeggiavano, o li battevano con il calcio del fucile, o gridavano morte ai "Balilla", od appuntavano al loro petto il fucile ovvero la baionetta alle spalle,causando scalfitture. Nè miglior fortuna toccò a questi infelici durante la prigionia. Ogni specie d'insulto e di mali trattamenti ebbero a patire. Derubati del denaro, se ancor ne avevano, rinchiusi in numero eccessivo in piccole stanze. Per due lunghi giorni ad alcuni non fu somministrato cibo di sorta e quando ne avevano era scarsissinio. Nei primi tre giorni una sola galletta per giorno e due nei successivi . Anche l'acqua fu loro talvolta negata, a chi chiedeva acqua rispondevano: bevete l'orina. E questo lauto trattamento era rallegrato dalle percosse, dalle ferite, dalle continue minacce di fucilazione. Del resto il generale La Marmora, in occasione della resa del forte di Belvedere aveva dato la sua parola d'onore ai fatti prigionieri che che sarebbero stati umanamente trattati, e minacciò di fucilazione chi li avesse molestati .
Signori, nel delinearvi il quadro del saccheggio, delle devastazioni e delle crudeltà commesse dalle R.R. Truppe nei giorni 4, 5, 6 e 7 aprile, finora la Commissione attenendosi alle fatte dichiarazioni, accennò ai fatti infami, turpissimi non confacienti alla civiltà e mitezza di costumi del nostro suolo. Ma dunque direte voi: i soldati che in quei giorni si sbandarono e si introdussero in Città furono tutti ladri, assassini, inumani ? No, signori, fra i tanti tristi furonvi i buoni, che non contaminarono l'onore delle armi Italiane. Stando alle relazioni, delle quali si dà il sunto, fra tutti primeggia Alessio Pasini, già dal Municipio pubblicamente lodato e distinto con Daga d'onore. La soldatesca introdottasi per la porta e per le finestre nella casa Curotto, ove eransi rifuggiate 18 donne e cinque uomini, questo caporale dei bersaglieri, più volte, esponendo la propria vita, frenò il furore de' suoi commilitoni, e la loro rapacità e così salvò quattro famiglie. Per ben due volte, gridando che in nome del generale La Marmora non si doveva far male ad alcuno, oppose il suo petto a carabine e pistole puntate a minaccia di fucilazione contro un distinto Magistrato genovese (Senatore Daneri) ed un servo, già fatti inginocchiare. Riuscito a far sgombrare da quella casa il primo drappello di soldati, vi si pose a guardia e vantando l'ordine di non lasciare entrare alcuno, la liberò dalle scorrerie di altre bande armate, che successivamente si presentarono. Fatto avvertito che alla prima invasione un signore era riescito a salvarsi e nascondersi in cantina, si portò nel nascondiglio, l'abbracciò, lo rincorò, lo aiutò a meglio celarsi, e vistogli pendere la catena dell'orologio, lo consigliò a nasconderla. Nella stessa guisa difese e protesse in altra casa la famiglia di certo Pieri. In riconoscenza dei servigi prestati, una giovane volle regalarlo di una sua catena d'oro, la rifiutò; il Magistrato che aveva salvato dalla minaccia di fucilazione volle donargli una discreta somma, la ricusò; fatto interpellare dal Municipio, se in attestato delle generose sue azioni desiderava denaro, ricusò denaro. Un marito alla vista della moglie in procinto di essere trafitta al ventre da un colpo di baionetta, si frappose, fece resistenza e salvolla. I soldati si rivolsero allora contro il marito, e volevano fucilano adogni costo. Presenziavano questa scena due carabinieri ed un sergente. I carabinieri lasciarono fare, ed in luogo d'impedire il minacciato assassinio, con due tende di damasco rosso sulle spalle si pavoneggiavano, dicendo di essere ornai cardinali. Il sergente solo s'interpose fra la vittima e gli aggressori ed ottenne una tregua. Nel frattempo alle strida della disperata famiglia accorse un Maggiore, che mosso a compassione pose in salvo quell'infelice. Si ignorano i nomi del Maggiore e del sergente. La famiglia di un povero falegname era già stata derubata dai soldati del poco denaro che possedeva. Sopraggiunse un drappello di bersaglieri comandato da un caporale, ed istantemente chiese denaro, risposto che più non ne aveva, fu battuto dal caporale con la canna del fucile, e gli altri soldati appuntarono i loro contro la famiglia. Accorsero altri bersaglieri, che erano poco lungi a custodia di un ferito, e sgombrarono la casa dagli assalitori. Un bersagliere salvò e scortò in salvo un cittadino assalito e minacciato da una turba di soldati . Si distinsero pure per atti umanitari il Maggiore Carena Giuseppe, Strucchi ufficiale del XXV Reggim. ed il capitano Marchese, direttore dell'ospitale militare.
Signori, il Municipio ha già deliberato di assumere informazioni sopra i danni arrecati nello scopo di rassegnare una rappresentanza all'autorità competente. Impertanto la commissione propone che il Generale Consiglio appoggiato alla fatta inchiesta, ricorra al R. Governo perché accordi la dovuta indennità a chi patì danni nei giorni 4, 5, 6 e 7 aprile pel fatto del saccheggio dato dai soldati. La Commissione è convinta che non si contesterà questa domanda giustissima. Il R. Governo ha sempre protestato che il saccheggio non fu da lui ordinato, che fu il puro fatto di soldati sordi alla voce dell'onore e dell'ubbidienza. Noi accettiamo questa dichiarazione. A termini di legge chiunque, e perciò anche il Governo, è tenuto non solo per il danno che cagiona col proprio fatto, ma ancora per quello che viene arrecato col fatto alle persone, delle quali deve essere garante. Ora il Governo deve essere garante del saccheggio dato dai soldati, ove non sia stato ordinato, perché il saccheggio in questo caso è l'effetto del rilasciamento della militare disciplina, e l'osservanza della più rigorosa disciplina militare è preciso dovere di qualunque governo. Nè si tema che si dica essere la causa prima del saccheggio la rivoluzione di Genova, in quanto senza di questa non avrebbero avuto luogo nè l'aggressione della Città da parte delle RR. Truppe, nè il conseguente saccheggio. Imperocchè se si avesse a rimontare alle cause degli avvenimenti, domanderemo quale sia stata quella della rivoluzione di Genova. Noi che subimmo e non facemmo la rivoluzione, dobbiamo essere convinti che l'ordine delle cose non sarebbe stato mutato, se nei propositi del Governo fosse stata quella fermezza, senza cui vi ha il disordine e l'anarchia, se gli alti suoi funzionari in Genova, privi di civile coraggio, non avessero disertato il loro pacifico posto per assumerne uno ostile, che solo spianò ad essi la via alla sconfitta seguita da vile capitolazione, se infine a capo della Guardia Nazionale il Governo non avesse conservato chi non divideva le convinzioni del Governo. Ecco le vere cause della generosa rivoluzione dell'aprile scorso, le cui tristi conseguenze vuole giustizia non ricadano sopra i pacifici cittadini che non vi presero parte. Faremo senz'altro qui punto poichè il Governo avendo nella lettera del Ministero dell'Interno, 27 maggio scorso, esternato il pensiero di erogare il prezzo che si ricaverà dalla vendita dell'area di Castelletto alla parziale indennizzazione dei saccheggiati, mostrò di volere rifare i danni cagionati".
Genova, 14 giugno 1849.
EMANUELE AGENO, ReIatore della Commissione
STEFANO GRILLO / GIUSEPPE ANSALDO / ETTORE COSTA / C.A. BOSELLIAvv. G.A. PAPA / NICOLÒ MAGGIONCALDA / CRISTOFARO TOMATIGIOVANNI ANSALDO.
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