giovedì 12 giugno 2008

GUERRA DEL LAVORO,PROLETARI AL MASSACRO!

La morte di sei operai avvenuta a Mineo è una delle tragedie del lavoro più gravi degli ultimi anni. Solo l'incendio alla Thyssen Krupp di Torino, il 6 dicembre 2007, ha avuto un bilancio più pesante (sette morti); mentre la dinamica della tragedia ha qualche analogia con quella accaduta il 3 marzo 2008 a Molfetta, quando furono cinque persone ad essere uccise dalle esalazioni durante i lavori di pulitura della cisterna di un camion.
Ecco alcuni dei più gravi episodi di questa GUERRA DEL LAVORO,VERO E PROPRIO MASSACRO DI PROLETARI,che si svolge sui luoghi di lavoro,e che interessa tutte le "regione" d'Italia...a riprova,che LO SFRUTTAMENTO DEI LAVORATORI non conosce confini...
8 gennaio 2007 - Due operai muoiono a Pegognaga (Mantova) dopo una caduta nell'imbuto di un silo di una azienda agricola, durante operazioni di pulizia.
12 marzo 2007 - Due operai romeni muoiono travolti dalla ghisa fusa nella Fonderia Anselmi, a Camposampiero (Padova).
16 marzo 2007 - Padre e figlio muoiono a Cogollo di Tregnago (Verona), uccisi dalle esalazioni provenienti dalla cisterna in cui si erano calati per eseguire lavori di manutenzione.
23 aprile 2007 - Una fabbrica di fuochi d' artificio esplode a Gragnano (Napoli); muoiono il titolare e due nipoti che lavoravano con lui.
11 maggio 2007 - Due morti, e 32 feriti, per un'esplosione in una fabbrica di fuochi d'artificio a Piane di Montegiorgio (Fermo).
24 maggio 2007 - A Correggio, due muratori sono uccisi dal crollo del muro di un vecchio fienile da ristrutturare.
18 giugno 2007 - Il crollo di un cornicione di un albergo in ristrutturazione a Ischia travolge un'impalcatura: muoiono due operai romeni.
6 dicembre 2007 - Incendio alla Thyssen Krupp a Torino: sette operai, fra i 26 e i 54 anni, muoiono nel giro di 24 giorni. È il più grave incidente degli ultimi anni.
18 gennaio 2008 - Due operai addetti ai lavori di pulizia della stiva di una nave a Porto Marghera (Venezia) muoiono asfissiati dalle esalazioni di gas.
6 febbraio 2008 - Quattro persone, tutte appartenenti alla stessa famiglia, muoiono nell'esplosione di una fabbrica di fuochi d'artificio nel comune di Orvieto.
3 marzo 2008 - Cinque persone muoiono a Molfetta (Bari) per le esalazioni liberatesi durante la pulitura della cisterna di un camion. Nella cisterma muoiono tre dipendenti e il titolare dell'azienda 'Truck center', calatisi successivamente nella cisterna nel tentativo di salvare i colleghi, mentre un altro lavoratore muore in ospedale il giorno seguente.
16 aprile 2008 - A Cornate d'Adda, due operai dipendenti dell'azienda Masterplast muoiono per l'esplosione di un macchinario per la lavorazione della plastica; le vittime sono un italiano ed un cittadino del Burkina Faso. Un terzo operaio resta ferito.
22 aprile 2008 - Il titolare di un'azienda di trasporti e un suo parente muoiono folgorati in un incidente a Schiavonia d'Este (Padova),mentre lavorano alla pulizia della cisterna di una betoniera.
11 giugno 2008- A Mineo(CT) ...
Orazio Vasta/a rarika

mercoledì 11 giugno 2008

SICILIA,MINEO(CT):PROLETARI AL MASSACRO!

Ancora una strage di lavoratori,ancora vittime della guerra del lavoro,ancora sangue versato dal proletariato-perchè di proletariato si tratta,nonostante il modernismo si ostina a farci credere che i proletari non esistono più e che gli sfruttati appartengono al passato...CAZZATE! ...a rarika.
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Mineo, muoiono 6 operai
"Erano abbracciati tra loro"
Ancora una tragedia sul lavoro: le vittime stavano pulendo una vasca nel depuratore consortile, avrebbero perso la vita a causa dell'inalazione di sostanze tossiche. Quattro erano dipendenti comunali, gli altri due erano impiegati in una ditta privata di Ragusa. La testimonianza del parroco: "Quasi sicuramente hanno cercato di salvarsi a vicenda". Il dolore di una delle madri: "Fatemi vedere mio figlio"
CATANIA - Sei operai che lavoravano nel depuratore consortile di Mineo, a 35 km da Catania, sono morti mentre stavano pulendo una vasca.
La morte degli operai sembra sia stata causata dall'inalazione di sostanze tossiche.
I sei, infatti, erano in una vasca quasi vuota. Quattro erano dipendenti comunali: Giuseppe Zaccaria, Giovanni Sofia, Giuseppe Palermo e Salvatore Pulici, quest'ultimo un lavoratore precario ex art. 23.
Le altre due vittime erano dipendenti di una ditta privata, la Carfì di Ragusa, impegnata nei lavori di manutenzione del depuratore: Salvatore Tumino di 47 anni e Salvatore Smecca, del quale non è stata resa nota l'età.
Al momento della tragedia gli operai erano impegnati nella pulizia del filtro dell'impianto.
"Sono morti abbracciati uno con l'altro, quasi certamente nel tentativo di salvarsi a vicenda", dice don Minè Valdini, parroco della chiesa di Sant'Agrippino, patrono di Mineo, che ha visto le sei vittime all'interno del depuratore.
"Sono morti - ha aggiunto il sacerdote, trattenendo a stento la commozione - con un gesto d'amore. Un atto di generosità che purtroppo non è servito a nulla". L'ingegnere Salvatore Spanò, comandante dei vigili del fuoco di Catania, conferma: "Li abbiamo trovati uno accanto all'altro, in fondo alla vasca, coperti da un sottile strato di fango. Quasi certamente hanno tentato di salvarsi prima di rimanere intrappolati dentro quella 'camera della morte'. E' probabile che uno di loro si sia sentito male e che gli altri abbiano cercato di aiutarlo, prima di rimanere a loro volta intossicati dalle esalazioni".
Ma gli accertamenti sono ancora in corso: "Stiamo facendo tutti i rilievi necessari, con l'ausilio del nostro nucleo specializzato in interventi chimici e batteriologici, per trovare una spiegazione a questa tragedia".
Scene di dolore davanti al depuratore di Mineo dove sono giunti i parenti dei sei lavoratori. La polizia municipale ha transennato l'area, dove ci sono anche mezzi dei vigili del fuoco, ambulanze e carabinieri.
"Lasciateci in pace, non è uno spettacolo", hanno detto i familiari dei sei operai ai giornalisti, invitandoli ad allontanarsi. Davanti al luogo della tragedia si registrano scene di dolore e di grande tensione.
"Voglio vedere Giovanni, e fatemi vedere subito mio figlio, non ci posso credere...", ha urlato piangendo la mamma di Giovanni Sofia.
La donna sostenuta da due familiari, ha cercato di varcare il cancello, controllato da carabinieri e vigili urbani, ma inutilmente.
Disperata la moglie di una delle vittime, giovanissima: "Perché proprio a me, mio Dio non è possibile".
Attorno a lei decine e decine di familiari.
"Nel depuratore erano in corso lavori di manutenzione", dice Nuccio Valenti, segretario Cgil nel comprensorio del Calatino, appena giunto nella zona della tragedia. L'impianto depura le acque della rete fognaria del comune e si trova a circa quattro chilometri dal centro abitato.
Sconvolti gli impiegati del Comune.
Al telefono una donna tra le lacrime dice: "Tra i morti vi sono quattro nostri colleghi. Il sindaco appena appresa la notizia è andato al depuratore dov'è avvenuta la tragedia".
Mineo, 5700 abitanti, si trova nell'entroterra catanese, a 59 km dal capoluogo, tra Caltagirone e Palagonia. E' un paese di tradizioni agricole, vi sono molti produttori di olive, con un centro storico medievale.
11/06/2008

MUSUMECI:"A fini elettorali,distribuiti pasta,zucchero,caffè e tonno"...

Affollata conferenza stampa ieri mattina del candidato a sindaco NELLO MUSUMECI(nella foto sopra,durante la conferenza stampa) per denunciare "diversi episodi di condizionamento del clima elettorale, anche attraverso la diffusione di notizie che potrebbero con l’inganno alterare il normale e sereno giudizio del corpo elettorale. Il nostro impegno e il voto di simpatia che l’opinione pubblica manifesta nei nostri confronti ha indotto alcuni apparati, evidentemente sempre più nervosi, a correre ai ripari utilizzando arnesi e strumenti assolutamente vecchi, logori e inadeguati, perché non è in questo modo che si può rintuzzare l’avversario di fronte a un consenso che ci pare sempre più crescente”. A Rarika
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“Il nostro impegno e il voto di simpatia che l’opinione pubblica manifesta nei nostri confronti ha indotto alcuni apparati, evidentemente sempre più nervosi, a correre ai ripari utilizzando arnesi e strumenti assolutamente vecchi, logori e inadeguati, perché non è in questo modo che si può rintuzzare l’avversario di fronte a un consenso che ci pare sempre più crescente”.
Così il candidato a sindaco di Catania, Nello Musumeci, durante la conferenza stampa convocata ieri mattina per denunciare “diversi tentativi, operati negli ultimi otto giorni da alcuni apparati per condizionare il clima elettorale, anche attraverso la diffusione di notizie che potrebbero con l’inganno alterare il normale e sereno giudizio del corpo elettorale”.
“Ci sono episodi – attacca l’europarlamentare, che aveva al suo fianco la stilista Marella Ferrera e il penalista Enrico Trantino, assessori designati della sua potenziale Giunta - che stanno avvelenando le ultime battute delle campagna elettorale messi in atto con la complicità di alcuni settori della pubblica amministrazione, in particolare della burocrazia comunale, per condizionare e limitare la nostra azione propagandistica e il giudizio di quanti guardano a noi con particolare simpatia”.
Musumeci riferisce di riunioni elettorali al Comune, all’Amt, all’Ufficio provinciale del lavoro e, persino, in alcune aziende ospedaliere nelle ore di lavoro, con un solo candidato sindaco, senza offrire pari condizioni agli altri aspiranti primi cittadini e per lo più con l’interruzione del servizio pubblico.
L’ex presidente della Provincia racconta che “ieri alcuni sacerdoti di quartieri di frontiera ci hanno confermato che da 24 ore vengono distribuite ai fini elettorali delle buste contenenti 5 chili di pasta, un pacco di zucchero e caffè e 5 scatolette di tonno”.
Musumeci denuncia anche la copertura dei propri manifesti e la rimozione di striscioni propagandistici “con un’attenzione da parte di settori pubblici non riservata ad altri” e persino l’incendio a opera di ignoti di un proprio cartellone pubblicitario collocato in un’area privata.
“Tutto questo – aggiunge – se da un lato ci amareggia, dall’altro conferma la preoccupazione degli avversari di fronte al nostro crescente consenso degli ultimi giorni. Con l’inganno si vuol far credere che con il voto disgiunto, in caso di nostra vittoria, i partiti dello schieramento più grosso perderebbero il premio di maggioranza”.
Musumeci si augura che il presidente della Regione Raffaele Lombardo “voglia essere il presidente di tutti, piuttosto che andare in giro a distribuire facsimili di qualunque candidato a sindaco” e auspica che “i restanti giorni di campagna elettorale possano registrare un clima di assoluta serenità, di leale confronto” perché la città “deve ritrovare la voglia di rientrare in un contesto morale e etico dal quale sembra essere uscita ormai da troppo tempo”.
L’europarlamentare chiuderà la campagna elettorale venerdì prossimo davanti al Castello Ursino “uno dei simboli del degrado culturale della nostra città”.

Il PORTO DEL SOLE E NELLO MUSUMECI...

CATANIA
Oggi Musumeci incontra il comitato "Porto del sole"
Oggi MERCOLEDI'11,alle ore 19,presso l'istituto Nautico,Nello Musumeci,candidato a sindaco,incontrerà,nell'ambito di un pubblico dibattito, i responsabili del comitato cittadino "Porto del sole":"L'onorevole Musumeci-si legge in una nota del comitato-ha chiesto di conoscere il parere dei cittadini sul mancato sviluppo delle attività marittime ed in particolare sulla inspiegabile carenza di scali portuali per la formazione tecnica di giovani Catanesi nei quadri della Marina Mercantile e di scali per lo sviluppo del diporto turistico e del lavoro marittimo". All'incontro,a cui partecipa anche Erasmo Vecchio,coordinatore regionale del Partito del Sud,sono stati invitati a partecipare anche gli altri candidati sindaci.

martedì 10 giugno 2008

147 ANNI DI COLONIALISMO ITALIANO...

In seguito all'intervento dei "Giovani Veneti" di ieri,ricevo e pubblico l'intervento del mio amico fraterno Nello Esposito...
Sfortunatamente i "regali" da scambiarci sono molti, se noi vi dobbiamo rendere i rifiuti, voi dovete restituirci la mafia che viene a pulire i loro "euri" nelle città del nord.
L'altro giorno ho sentito dell'anniversario festeggiato in Brasile per il primo arrivo di emigranti giunto nel 1874, una nave di Veneti. E questo "regalo" che il governo sabaudo Vi ha fatto penso che nessuno lo possa restituire.
L'amicizia che ci lega è minacciata da 147 anni da scelte fatte da persone che si autoinnalzano a rappresentanti del popolo, e propagandata da giornalisti legati da un modo di scrivere ereditato dai loro precedessori del 1860.
Penso che anche l'intervento del presidente rientri nella politica di difesa nei confronti dei movimenti indipendentisti che ultimamente stanno ricevendo consensi sempre maggiori.
Nello Esposito

lunedì 9 giugno 2008

MONNEZZA e "DIVEDE ET IMPERA"...

Ricevo e pubblico...apriamo un dibattito serio e costruttivo su questo intervento dei "Giovani Veneti"....
Monnezza napoletana e Scoazse venete
Il movimento Giovani Veneti esprime il proprio pieno sostegno alle parole del Presidente della Repubblica italica Napolitano, il quale sostanzialmente sottolinea che le "regioni del nord" non hanno il diritto di aggravare la situazione-rifiuti campana.
Con una retorica reticenza, non vogliamo nemmeno entrare nel merito degli assurdi e contraddittori comunicati stampa di Legambiente, dalle cui illazioni ogni media di regime (compreso il Presidente del regime) ha preso a piene mani per schiaffare accanto alla Campania -in crisi da rifiuti e gestione mafiosa- il Veneto (tanto per dire, la Regione Veneto è quella in Italia con la più alta percentuale di differenziazione dei rifiuti alla fonte). Inutile anche ricordare cosa sia il razzismo, ma guai ai Veneti che vogliano scordarsi la pubblicità dell'Olio Sasso (quella del carosello... Se volete vederla, ecco il link:
http://dailymotion.alice.it/video/x1k0f5_sogno-e-risveglio-carosello-olio-sa_ads . Siete avvertiti di avere con voi un sacchetto per eventuali conati... di vendetta, s'intende).
Tuttavia, in pieno accordo con quanto fin'ora espresso, annunciamo che rivogliamo indietro tutte le nostre "scoazse" fino all'ultimo grammo di plastica, fino all'ultimo centimetro cubo di compost e fino all'ultimo centilitro di liquame tossico.
E' giusto "dare a Cesare quello che è di Cesare": i Veneti smaltiscano le loro scoazse; i Napoletani se la sbrighino con la loro monnezza.

Ma "Cesare", caro Napolitano, non produce solo liquami tossici, compost e plastiche. Per esser giusti, a "Cesare" si dia tutto ciò che gli spetta. Per esser giusti, ai Veneti si dia tutto ciò che spetta loro, e se sono stati privati di ciò che era loro, il danno va risarcito. Rivogliamo indietro le nostre scoazse, fino all'ultimo grammo.
Rivogliamo indietro i nostri soldi, fino all'ultimo centesimo con cui gestiremo le nostre scoazse, ma soprattutto:
rivogliamo indietro il nostro sacrosanto diritto all'autodeterminazione.
Ricordiamo altresì allo Stato italiano che la resa dei conti è alle porte, e i conti da saldare coi Veneti sono molti: dal danno storico, sociale e culturale (annessione truffa del 1866, diaspora veneta, fame, guerre, induzione all'autodiscriminazione, tentata distruzione della famiglia, riduzione delle libertà, occultamento della nostra gloriosa Storia, discriminazione linguistica, appropriazione ed incuria di tutto il patrimonio artistico, danno al nome ...); alle indebite umiliazioni di stampo razzista contro il Popolo Veneto (passate, presenti e future); al danno al territorio (montagne, fiumi, terreni, falde, laguna, inquinamento, ...); al danno fiscale ed economico (tassazione folle, versamenti inps scomparsi nel buco, distruzione del tessuto economico, ...), e tutto ciò che sarà riconosciuto essere dovuto a "Cesare".
Infine, esprimiamo nuovamente la nostra solidarietà ai napoletani (solidarietà vera, non quella dei finanziamenti statali alle mafie), e li invitiamo a boicottare lo Stato italiano e soprattutto la figura del Presidente della Repubblica italica Napolitano che, con le sue affermazioni di copertura, tenta quel "divide et impera" (= separa e comanda) con l'intento di salvare il potere centrale, mettendo i Popoli sottomessi dallo Stato colonialista italiano (siciliani, napoletani e veneti soprattutto) l'uno contro l'altro, in un'assurda smania di denigrare l'altro. Vogliamo ricordare che non ci sono Popoli migliori o peggiori. Quello Veneto e quello Napoletano sono semplicemente e naturalmente Popoli diversi, ed in quanto diversi hanno il diritto di poter vivere autonomamente, nel reciproco rispetto e con le proprie regole (perché due amici devono vivere nella stessa casa?).
Nel rinnovare la speranza di un più stretto legame di collaborazione tra patrioti duosiciliani e patrioti veneti, facciamo appello affinché operino per risvegliare nei loro compatrioti la consapevolezza identitaria, perché un Popolo sottomesso può anche liberarsi ricorrendo ad aiuti esterni, ma per essere libero deve cercare dentro di sé la volontà e la forza di esserlo.
Movimento Giovani Veneti
Sito:
www.giovani-veneti.org
Forum: www.ventodelleone.netsons.org
Mail: giovaniveneti@altervista.org
Cell.: 348-4295568



domenica 8 giugno 2008

E' MORTO PIETRO FIGURA...

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Ricevo,pubblico e condivido il dolore...

Oggi la Sicilia ha perso

uno dei suoi figli migliori:

PIETRO FIGURA.

I sicilianisti tutti

ed il Partito del Sud

si uniscono al dolore dei familiari.

Erasmo Vecchio

A CATANIA,A CATANIA...


Il quotidiano "Milano Finanza Sicilia" in edicola ieri ha pubblicato un interessante articolo di Carlo Lo Re sulle prossime Comunali nell'Isola, approfondendo in particolare la corsa a Palazzo degli Elefanti di Catania.Ve lo proponiamo,ricordando che il PARTITO DEL SUD ha propri candidati nella lista "NELLO MUSUMECI PER CATANIA" ...
LA BATTAGLIA DEI SINDACI
Tra circa una settimana al voto poco meno di 150 Comuni della Sicilia
Tra le Amministrazioni da rinnovare anche quella di Catania, di Siracusa e di Messina. Nella corsa a Palazzo degli Elefanti l'incognita Musumeci tra Stancanelli e Burtone.
In Sicilia sono 145 i Comuni interessati al rinnovo della carica principale alle prossime elezioni amministrative del 15 e 16 giugno. Fra questi, i capoluoghi Catania, Messina e Siracusa, dove tradizionalmente il confronto politico è assai aspro.
Nella città dello Stretto, le cui ultime amministrazioni hanno avuto pesanti traversie giudiziarie, si confrontano due ex sindaci, il segretario regionale del Partito democratico, nonché primo cittadino uscente, Francantonio Genovese, e Giuseppe Buzzanca del Popolo della Libertà. Nonostante taluni sondaggi diano in vantaggio Buzzanca, lo scontro appare comunque molto interessante. Per quanto in profonda crisi già da prima delle elezioni regionali di aprile, il Pd è pur sempre una forza politica bene organizzata, che spende per l’ennesima volta a Messina il nome del suo leader regionale, per di più sindaco uscente. Un risultato a favore del Pdl, quindi, non è scontato.
Calma piatta, invece, a Siracusa, dove, almeno stando ai sondaggi della Demopolis, non ci sarebbe nessuna possibilità per il deputato regionale democratico Roberto De Benedictis, dato al 29-35% delle intenzioni di voto contro il 61-67% dell’avversario Roberto Visentin, ingegnere, assessore uscente candidato per il Pdl. I siracusani sembrano proprio voler continuare nel solco della tutto sommato positiva esperienza di Titti Bufardeci, che ha molto valorizzato Ortigia ed è riuscito a fare inserire Siracusa nell’elenco Unesco dei patrimoni dell’umanità.
Assai fluida, per non dire magmatica, è invece la situazione a Catania, la città più grande fra quelle in cui si elegge il sindaco, dove la corsa per la poltrona di primo cittadino è fra Raffaele Stancanelli (Pdl), Giovanni Burtone (Pd) e Nello Musumeci (sostenuto dall’omonima lista civica), protagonisti ieri di un confronto con i vertici della Confindustria etnea. In poche settimane lo scenario è mutato radicalmente, specie per la candidatura a Palazzo degli Elefanti dell’europarlamentare Musumeci, che sicuramente scompagina i calcoli in casa Pdl.
Certo, il movimento di Berlusconi ha a Catania un consenso assodato di oltre il 40%, che per alcuni analisti arriverebbe addirittura al 60%. Mantenendosi cauti, è comunque possibile affermare come il centro-destra catanese, includendo anche l’Mpa e l’Udc, potrebbe agevolmente raggiungere e superare il 60% dei voti. Ma la presenza di Musumeci scompagina tutti i calcoli. Perché, se è vero che i sondaggi Demopolis lo danno indietro, è altresì da tenere in debita considerazione un altro recente sondaggio - della Euromedia Research, affidabile società di proprietà di Berlusconi - che lo dà dal 31,3 al 37,1% delle intenzioni di voto, a poca distanza da Raffaele Stancanelli (31,7-37,7%) e ben oltre Giovanni Burtone (24-29,4%). Pur nella consapevolezza che sia meglio ragionare poco sui sondaggi, il nuovo studio demoscopico offre interessanti spunti di riflessione e non lo si può ignorare.
A questo punto una cosa pare abbastanza evidente: Raffaele Stancanelli è costretto a vincere al primo turno. Perché, se, in un eventuale ballottaggio contro Giovanni Burtone, il candidato del Pdl stravincerebbe, lo stesso non può essere affatto detto qualora al secondo turno Stancanelli si trovasse davanti Musumeci. Anzi, l’impressione è che, addirittura, ad un eventuale secondo turno Stancanelli potrebbe prendere meno voti che al primo, dato che non ci sarebbe più l’apporto vitale dei consensi di lista.
Molto ruota quindi attorno alla debolezza - anzi, al grado di debolezza - di Burtone. Perché a Nello Musumeci serve un Burtone debole (per superarlo), ma non eccessivamente (per impedire che Stancanelli vinca al primo turno). Del resto, Musumeci al ballottaggio incasserebbe sicuramente l’appoggio dichiarato di Enzo Bianco (parecchio buoni i loro rapporti) e probabilmente anche quello sotterraneo dei firrarelliani, che avendo a portata di mano la possibilità di far subire una dura sconfitta a taluni avversari interni al centro-destra difficilmente si farebbero sfuggire l’occasione.
Di fatto già vinta la corsa per Palazzo dei Minoriti, con Giuseppe Castiglione semplicemente in attesa di insediarsi, che il senatore Pino Firrarello decida di sostenere silenziosamente Musumeci in un eventuale ballottaggio contro Stancanelli non è una ipotesi da scartare a priori. Sarebbe clamoroso. Ma sarebbe soprattutto la riprova di come anche una forza potentissima dal punto di vista elettorale, come innegabilmente è il centro-destra catanese, se frammentata, se paralizzata dai veti incrociati e dagli odi personali, può andare in loop e fallire obiettivi sulla carta di estrema semplicità.
Carlo Lo Re
Pubblicato su "Milano Finanza Sicilia" del 7 giugno 2008

sabato 7 giugno 2008

CATANIA:LA "BOMBA"MUSUMECI...

Il quotidiano catanese “La Sicilia” di oggi in edicola pubblica una lunga intervista di Andrea Lodato con il candidato sindaco Nello Musumeci. A rarika ve la propone nella versione integrale. "Per strada -dice Nello-mi fermano persone di ogni ceto sociale e di idee diverse: mi chiedono tutti un impegno straordinario per questa città". La candidatura a sindaco di Musumeci è sostenuta ufficialmente anche dal Partito del Sud...Una bella scossa a una campagna elettorale che sembrava un po’ spenta, per forza di cose, di numeri, di sondaggi, anche per la logica e per una presunta o presumibile coerenza e continuità nel voto. Nella corsa per la poltrona di sindaco di Catania il candidato del centrodestra, Raffaele Stancanelli, lo si dava per strafavorito, il suo competitor diretto, Giovanni Burtone del centrosinistra naturalmente in svantaggio. Ed in questo quadro anche la migliore delle ipotesi per i concorrenti della coalizione uscita trionfante dalle Politiche e dalle Regionali, cioè un eventuale ballottaggio, pareva sfumare sul nascere.
Poi l’incognita e l’irruzione sulla scena di Nello Musumeci, che alla Provincia chiudeva l’accordo con Castiglione, ma al Comune no. E decideva di correr da solo. L’incognita gettata in quella campagna che appena partita sembrava quasi arrivata al capolinea, i sondaggi che, nel giro di due settimane, hanno spiegato che con Musumeci in campo converrà esser più prudenti nel fare calcoli e tirare conclusioni. Ma la bomba, per la verità, non è arrivata né improvvisa né inattesa.
“No, direi proprio di no”. Nello Musumeci, seduto al tavolino di un bar sotto la sede di Confindustria racconta che cosa è successo cosa è successo in quei giorni e in quelle ore decisive. Lo interrompono ogni due minuti sconosciuti passanti, per fargli gli auguri ed in bocca al lupo. Musumeci piace, non c’è che dire. Il che può non significare nulla o poco in termini di consenso, ma che, intanto, abbia un forte appeal è un fatto. Lui ringrazia. La signora della Catania bene che ha un nipote candidato “con gli altri”, ma promette il voto a Nello. E il pensionato che “non la penso mica come lei, ma mi piace”.
“Ne incontro a decine – spiega sorridendo Musumeci – in ogni angolo della città, gente di ogni ceto sociale. Credo che mi vogliano bene davvero”. Quando sorride dicendo queste cose Musumeci sa di usare forme condizionali al posto di certezze giusto per non apparire spaccone. Invece ci crede, eccome. Ma allora, era o nell’aria la sua candidatura?
“Si – riattacca da dove aveva lasciato – direi già da quando Umberto Scapagnini aveva fatto capire che si sarebbe dimesso per puntare ad un seggio a Roma, in molti ambienti si era cominciato a fare il mio nome. Ed erano anche partite alcune sollecitazioni informali, la richiesta di una eventuale disponibilità. Vorrei ricordare che già nel 2000, prima del voto per le Amministrative, un sondaggio mi accreditava come il politico più popolare e credibile per i catanesi. Allora Gianfranco Miccichè mi chiese se avevo voglia di provare l’avventura al Comune, dimettendomi dalla Provincia. Dissi di no, perché non volevo tradire i miei elettori. Accadde la stessa cosa, lo ricorderete, nel 2005. Anche allora c’erano sondaggi straordinari per me, ricevetti forti pressioni per una mia candidatura. Ma per non correre il rischio di creare inutili fratture nel centrodestra si scelse una strada diversa. E feci il vice sindaco”.
C’entra questo, tutto questo, con il fatto che a poche dalla presentazione dei candidati al Comune e alla Provincia Nello Musumeci ha deciso di scendere in campo da solo? C’entra. Perché al di là delle polemiche, degli scambi di accuse e di ripicche con i suoi ex amici di An che oggi ignoreremo, Musumeci sentiva attorno a lui a livello personale un’atmosfera che prometteva, certo non che minacciava. Cioè, fatti adeguati conti e, forse, debiti scongiuri, Musumeci deve avere pensato che, andasse a finire come il destino voleva, stavolta doveva passare all’incasso e alla verifica della sua popolarità, non essendoci le condizioni per un’alleanza. E capire se il ricordo era ancora una carta da giocare. Perché di Musumeci i catanesi ricordano due mandati da presidente della Provincia, tanto per cominciare.
“Ricordano - dice Musumeci - un’amministrazione capace di decidere, di non piegarsi ai capricci e ai giochi dei partiti, ma anche un’amministrazione che viveva ed andava avanti in uno spirito di grande concertazione. C’era, dice ancora oggi qualcuno, un forte potere decisionale del Presidente. Credo che fosse proprio così, ma tutti penso concordino sul fatto che quella capacità di prendere decisioni non provocò mai un deficit di democrazia. Anzi, se possibile esattamente il contrario. Perché in tanti anni non avemmo mai uno sciopero alla Provincia e con tutti i sindacati, dico quelli di sinistra in maniera particolare, mantenemmo un rapporto di dialogo costante. E anche politicamente in dieci anni non ci fu mai un problema, uno screzio, una spaccatura, un’incomprensione seria all’interno della nostra maggioranza. Ricordo questo perché a quella stabilità, a quel decisionismo, a quell’assumersi anche il peso di scelte e decisioni pesanti si lega il ricordo sempre vivo nei catanesi di una buona amministrazione. Che rispettò rigorosamente tutti i cittadini, senza guardare, ovviamente, a chi aveva scelto Musumeci e a chi aveva votato per altri candidati. Ecco perché il mio governo alla Provincia, così come quello di Enzo Bianco al Comune che era di tutt’altro colore, vengono ricordati come la primavera di Catania”.
Questo è il passato, tempo che Musumeci con la sua lista prova a volgere al presente e coniugare domani al futuro. Punta sul voto disgiunto, l’unica arma che può traghettarlo al ballottaggio. Per questo continua a stringere mille mani, ha un sorriso e una battuta per tutti, da viale Vittorio Veneto e corso Italia, centro chic della città, alla Pescheria, ai mercati popolari. Sorrisi, impegni. “Promesse no, se non quelle di continuare ad essere quello di sempre” spiega. Quello che, ricorda anche questo, per coerenza e serietà senza che gli fosse richiesto, si dimise dopo tre mesi da vice sindaco della giunta Scapagnini dopo aver lasciato il suo partito, Alleanza Nazionale.
“Sentii in quel momento di dovere fare quella scelta, anche se stavo in giunta non perché lo avesse voluto il mio partito, ma per una precisa indicazione di Silvio Berlusconi. Ancora oggi qualcuno mi dice che, secondo lui, sbagliai ad andarmene, perché sarei stato naturalmente il candidato sindaco del dopo Scapagnini. Scusate, rispondo, per me di naturale c’è rispettare la mia storia, la mia onestà, quella che la gente mi riconosce, la mia coerenza, non i percorsi tortuosi e per i cittadini spesso giustamente incomprensibili della politica, delle scelte verticistiche, delle imposizioni piovute dall’alto”.
Musumeci lo dice di sfuggita, ma proprio quell’uscita dalla giunta, in fondo, oggi può utilizzare come un jolly. Perché se dice che “Catania vive uno dei momenti più difficile dei suoi ultimi sessant’anni, è una città in costante regresso, sempre più vecchia ed impoverita”, è chiaro che muove critiche nemmeno velate all’amministrazione da cui se ne andò senza sbattere la porta, in silenzio e con discrezione, ma senza rimpianti.
“Oggi le finanze comunali sono al collasso, interi quartieri al buio, la disoccupazione dilagante, il disagio sociale crescente, i servizi pubblici scadenti. Ma io dico che la rinascita è possibile”. Ovviamente a determinate condizioni. Saluta, Musumeci, l’ennesima persona che si ferma ed interrompe intervista e caffè. “Signora mia, certo che possiamo uscire da questa crisi - spiega paziente. Ma ci vuole un’amministrazione che sia onesta, efficiente, che abbia esperienza, senso delle istituzioni e rispetto per il cittadino. Signora, ma lei se lo ricorda...”.
E’ un ritornello, la risposta è sì. Ora manca una settimana, poi Musumeci saprà, e con lui la città, se davvero la sua discesa in campo sarà servita a dare una scossa alla campagna elettorale e di che grado potrà essere l’eventuale sisma. Lui sorride, finisce il caffè, e si tuffa nell’assemblea di Confindustria. Si ricomincia.
Andrea Lodato
Tratto da "La Sicilia" del 7 giugno 2008

Roma,8 Maggio,manifestazione contro il razzismo...

Associazione Nazionale

"THÈM ROMANÓ" ONLUS

fondata nel 1991


Associazione Autonoma di Rom e Sinti

Centro di Promozione Interculturale

-Sede Nazionale Lanciano (CH)

Sede italiana della Romani Union Internazionale (IRU)

Sede italiana

European Roma and Travellers Forum (ERTF)

Sulla nuova diaspora (emigrazione giovanile) del Sud...


Elezioni amministrative di Carlentini(SR):presente la lista del PAS-Partito Auitonomista Siciliano...

Ricevo e pubblico...
Comunicato
Cari fratielli e sorelle Autonomisti, Indipendentisti, separatisti e federalisti, abbiamo l'onore di rappresentare che nelle prossime elezioni amministrative che si terranno il 15 e 16 Giugno a Carlentini (SR) , il Partito Autonomista Siciliano è presente con la propria lista di bandiera.
Pertanto Vi rivolgiamo un accorato appello affinché possiate anche Voi essere protagonisti in questa nostra lotta impari contro le armate dei partiti italiani, che stanno tentando con ogni mezzo compresa la stampa, di vanificare tutti i nostri sacrifici. Il motivo per cui ci rivolgiamo a tutti Voi, è per potere diffondere questo nostro appello a più amici e parenti possibili, nella speranza di intercettare elettori carlentinesi, al fine di sostenere la lista del Partito Autonomista Siciliano.
Le donne, gli uomini e i giovani che abbiamo messo in campo sono sicilianisti veri, tutti impegnati in prima persona nella lotta per il riscatto di questa nostra martoriata Sicilia.
Trattasi di siciliani qualificati e conosciuti nel territorio; di chiara moralità, sono professionisti, imprenditori, commercianti, artigiani , docenti di scuola media superiore, pensionati graduati dell'arma della guardia di Finanza e dell'esercito e operai, molti dei quali impegnati nel volontariato.
Insomma, siciliani per bene che ci invidiano tutti.
Molte Grazie a tutti per quanto Vi sarà possibile fare, sicuramente con le nostre sole forze non conquisteremo la poltrona di Sindaco, ma siamo convinti in questa tornata elettorale di entrare a pieno titolo nel Consiglio Comunale di Carlentini.
Un fraterno abbraccio
Rosario Ossino Fisicaro
Segr. Reg. Partito Autonomista Siciliano

LIGURIA:INDIPENDENZA E'...

Ricevo e pubblico....
M.I.L.-Movimento Indipendentista Ligure
COMUNICATO STAMPA
Sabato 7 giugno 2008 a cura di Franco Bampi e Vincenzo Matteucci
Alla cortese attenzione din Orazio Vasta
Sabato 14 giugno 2008 alle ore 10.30presso la saletta congressi del museo di sant'Agostino,l'Associazione Metrogenova presenterà al pubblico il progetto"Proposte per il futuro della mobilità urbana a Genova"
Partecipiamo numerosi !!!
INDIPENDENZA: scelta "virtuosa"!
Noi Indipendentisti Liguri VOGLIAMO e ci battiamo per l'INDIPENDENZA della Liguria, non per "egoismo" e "localismo", ma perché VOGLIAMO una "classe dirigente" che possa avere TUTTE le "responsabilità" derivanti dai POTERI DECISIONALI sovrani!
L'INDIPENDENZA della Liguria non significa "isolarsi" o "rinchiudersi in se stessi", ma anzi significa poter FAR MEGLIO e più efficacemente i PROGRAMMI e gli OBIETTIVI che le nostre attuali Istituzioni (Regione, Province e Comuni) si sono dati e si vorranno dare!
Se vogliamo che la Liguria continui a "vivacchiare", come piccola Regione italiana, senza "PESO ELETTORALE", continuiamo pure così, ma dimentichiamoci di far uscire la Liguria dal solito "tran-tran"!
Gli "esempi" di questo sono evidenti in tutto il mondo:le piccole Comunità INDIPENDENTI, hanno una loro "visibilità" e una loro "presenza internazionale" e riescono a far crescere una classe dirigente che è all'altezza dei compiti legati all'INDIPENDENZA (San Marino, Lussemburgo, Malta, Estonia, Singapore, ecc...).
Se rinunciassero alla loro INDIPENDENZA e si facessero "annettere" agli Stati loro contigui, diventerebbero una delle tante Comunità di tali Stati.
SAN MARINO diventerebbe uno dei tanti Comuni della Provincia di Rimini!
SINGAPORE sarebbe uno dei Porti della Malesia!
Visto che la LIGURIA, NON AVENDO MAI VOTATO il
"plebiscito di annessione" all'Italia, come invece hanno fatto le altre Regioni italiane, ha il DIRITTO INTERNAZIONALE di poter RI-tornare ad essere una Nazione-Stato indipendente, con una sua "visibilità" INTERNAZIONALE e una sua "presenza" nell'UNIONE EUROPEA, INVITIAMO i Cittadini LIGURI (di nascita o di adozione) a "darsi da fare", sempre di più, PERCHÉ QUESTO AVVENGA. Possono farlo in TRE MANIERE:

1°) aderendo sempre più numerosi al M.I.L.-Movimento Indipendentista Ligure che porta avanti questa "battaglia".

2°) se invece vogliono "restare" nelle altre forze politiche, all'interno delle stesse, portino avanti queste SACROSANTE richieste!

3°) "parlarne" con amici e conoscenti e aggiornarsi sulle nostre iniziative, andando sul sito www.mil2002.org

venerdì 6 giugno 2008

"IL COLIBRI'",il diario di "bordo" della nuova diaspora della gioventù del Sud "italiano"...

CAMBIARE TUTTO PER NON CAMBIARE NIENTE........
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“Per amore di una Terra e dei suoi uomini,

per la necessità di dire delle cose vere,

di esprimere dei sentimenti veri di uomini veri,

di una Terra forte e viva,

la testimonianza chiara e sincera di una esperienza di vita,

come un libro di storia accaduta,

un libro di denuncia di un fenomeno,

l'emigrazione giovanile meridionale,

di cui nessuno parla,

come fosse nel corso normale delle cose,

e che invece è ormai una valvola di sfogo fuori controllo

che svilisce quellaTerra e incatena il futuro del suo popolo.”
(Emanuela Rullo)
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Di Arigoni Monica
Civita Castellana 04/06/2008
L’emigrazione dall’Italia del sud torna ai livelli degli anni 60.
A muoversi oggi, come in quegli anni, sono soprattutto i giovani tra i 20 ed i 35 anni, delusi dalla lunga e inutile attesa di un posto di lavoro, ma soprattutto dal cattivo funzionamento del mercato del lavoro nel sud. Ma, a differenza degli anni 60, a muoversi oggi non sono più i derelitti, i “senza arte ne parte”, ma sono i lavoratori qualificati, i diplomati e i laureati. Giovani, quindi, che hanno acquisito una specificità, hanno studiato e possono mettere in gioco professionalità e preparazione.Ma il fenomeno dell’emigrazione giovanile meridionale verso l’Italia settentrionale, mentre arricchisce quest’ultima, alimenta il progressivo impoverimento del Mezzogiorno d’Italia, esautorando lo stesso dalla possibilità di migliorare la propria condizione economica. Sul tema del fenomeno dell’emigrazione giovanile meridionale è incentrato il libro di Emanuela Rullo “Il Colibrì”. È il diario di viaggio dei tanti giovani che, terminati gli studi universitari, emigrano dal sud in cerca di occupazione. La stessa autrice, del resto, è una di loro.Emanuela Rullo, nata ad Avellino il 10 ottobre del 1977 e laureata in economia aziendale, vive a Roma da cinque anni, dove collabora con “Nazione Metropolitana” e “La voce di Megaride”. La sua storia è molto simile a quella di tanti coetanei che vivono in località lontane dalla propria terra.Il libro di Emanuela Rullo “Il Colibrì” verrà presentato sabato 7 giugno 2008 alle ore 18:00 presso la Sala Pablo Neruda, in corso Bruno Buozzi 21, di Civita Castellana. Interverranno alla presentazione lo storico meridionalista Antonio Ciano, l’Ingegner Enzo Riccio e la stessa autrice Emanuela Rullo.L’autrice dedica questo libro alla sua terra e al suo popolo conferendogli la forza di riscattare se stesso.
Con questo testo, Emanuela Rullo vuole esprimere la sua rabbia, la sua personale denuncia dinanzi al progressivo declino della sua terra, spinta dalla “necessità di dire delle cose vere, di esprimere dei sentimenti veri di uomini veri, di una terra forte e viva, la testimonianza chiara e sincera di un’esperienza di vita, come un libro di storia accaduta, un libro di denuncia di un fenomeno, l’emigrazione giovanile meridionale, di cui nessuno parla, come fosse nel corso normale delle cose, e che invece è ormai una valvola di sfogo fuori controllo che svilisce quella terra e incatena il futuro del suo popolo”.
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Per ulteriori approfondimenti sulla lodevole iniziativa:http://partitodelsud.blogspot.com/

MEMORIA STORICA:IL RAZZISMO DI GIORGIO ALMIRANTE...

Il ministro della Cultura della RSI,Fernando Mezzasoma, nomina ,il 5 maggio 1944, Giorgio Almirante suo capo di Gabinetto. Ecco il decreto...
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Almirante e gli scheletri di Salo'
di Simonetta Fiori
su la Repubblica del 29/05/2008
Le sue pesanti complicità con il nazismo rivelate negli anni ´70 nel corso di un lungo dibattimento contro l´"Unità" ora ricostruito da un documentato memoriale dell´allora direttore responsabile. Il segretario del Msi negò ogni responsabilità ma fu inchiodato da prove inconfutabili. Calunnia e falsa testimonianza: il pm Occorsio voleva incriminarlo...
In Maremma lo chiamavano il "manifesto della morte". Era il maggio del 1944, apparve una mattina di primavera sui muri dell´alta Toscana, tra le pendici dell´Amiata e la Val di Cecina, nei paesi sopra Grosseto già occupati dalle insegne di Hitler. Vi era riprodotto l´ultimatum rivolto il 18 aprile da Mussolini ai militari "sbandati" dopo l´8 settembre 1943 e ai ribelli saliti in montagna: consegnatevi ai tedeschi o ai fascisti entro trenta giorni, oppure vi aspetta la fucilazione. Morte era minacciata anche a chi avesse dato aiuto o riparo ai partigiani. Fu il sigillo, quel decreto legge voluto dal duce di concerto con Rodolfo Graziani, per un´indiscriminata caccia all´uomo e per rastrellamenti feroci, in una terra insanguinata dalle stragi. Solo in Maremma, tra il 13 e il 14 giugno, furono ammazzati a Niccioleta ottantatré minatori. Ma il manifesto che quel tragico ultimatum sunteggiava non era firmato da un comando militare della Rsi o da un presidio delle SS. Era firmato da Giorgio Almirante, allora capo di gabinetto di Fernando Mezzasoma, ministro della Cultura Popolare che curava la Propaganda della Repubblica Sociale. Una figura non di seconda fila - quella del trentenne Almirante - approdata al governo filonazista di Salò dopo una robusta esperienza giornalistica da caporedattore nel quotidiano Il Tevere e da segretario di redazione della Difesa della Razza, la rivista ufficiale dell´antisemitismo sulla quale scrisse articoli intonati al più convinto "razzismo biologico". È lo stesso Almirante al quale oggi il sindaco Gianni Alemanno vuole dedicare una strada di Roma.Se la vicenda del manifesto è stata sfiorata appena dalle cronache di questi giorni, meno conosciuta è la storia del processo che proprio sul clamoroso episodio vide negli anni Settanta il leader della Fiamma inizialmente nelle vesti dell´accusatore-querelante, poi arretrato nel ruolo di "imputato morale". Una vicenda giudiziaria lunga sette anni, dall´andamento lento, che si concluse con assoluzione piena per l´Unità, il quotidiano querelato per aver pubblicato un documento giudicato da Almirante "vergognosamente falso" e "calunnioso". Per il fondatore del partito neofascista italiano fu una sconfitta irrevocabile. La possiamo ricostruire oggi grazie alla documentata ricerca realizzata nel corso di anni da uno dei testimoni, Carlo Ricchini - giornalista di lunga esperienza, allora direttore responsabile del quotidiano comunista, inventore delle prime iniziative editoriali dell´Unità - per un libro che deve essere ancora pubblicato (Il manifesto della morte con la firma di Almirante). La sentenza avversa al leader missino era scontata fin dalle prime udienze, ma un complicato intreccio politico-giudiziario ne rallentò il cammino. Quel che nelle intenzioni dei promotori doveva essere il battesimo pubblico dell´Almirante in doppio petto, utilizzato in alleanze dirette e indirette con la Dc, da liturgia assolutoria si trasformò, grazie a un´imbarazzante documentazione, in spinoso teatro d´accusa. Da qui le pratiche dilatorie, le ritirate strategiche, le eccezioni procedurali mosse dagli avvocati di Almirante, che trascineranno il dibattimento per tutti gli anni Settanta, fino all´epilogo sancito soltanto nel 1978. Il manifesto di Almirante venne alla luce nell´estate del 1971, scovato da alcuni storici dell´università pisana negli archivi di Massa Marittima. L´Unità lo pubblica il 27 giugno sotto il titolo Un servo dei nazisti. Come Almirante collaborava con gli occupanti tedeschi. D´intonazione analoga Il Manifesto, che lo propone con un severo commento di Luigi Pintor. «Ci apparve subito evidente», racconta Ricchini, «che era stata scoperta una prova della partecipazione diretta di Almirante alla repressione antipartigiana, da lui tenuta nascosta, come se il posto occupato a Salò fosse stato un impiego come un altro e la sua divisa da brigatista nero un obbligo dovuto alle circostanze». Intanto il manifesto firmato Almirante, quasi sempre con la soprascritta "Fucilatore di partigiani", riempie i muri d´Italia. Da Reggio Emilia a Catanzaro, da Terni a Trapani, da Modena ad Avellino, le associazioni partigiane si mobilitano per denunciare il segretario del Movimento Sociale. Almirante replica con una pioggia di querele, uscendone ovunque sconfitto. Ma non a Roma, dove il processo più importante, quello intentato contro i due quotidiani di sinistra, mostra un percorso alquanto accidentato.Fin da principio Almirante nega tutto. Nega l´autenticità del manifesto, sostenendo che sia un falso stampato ad arte contro di lui. Nega di essere stato già allora capo di gabinetto di Mezzasoma (sposta in avanti la data). Nega che il ministero della Cultura popolare potesse dare esecuzione al bando di Mussolini. Nega che i ministri di Salò potessero prendere simili iniziative in territori controllati dalle forze armate germaniche. Anche la prosa illetterata del documento gli risulta estranea, "non ho mai firmato manifesti o comunicati di tal genere in quel periodo, né rientrava nelle mie attribuzioni firmare manifesti a nome del ministro". Insomma, s´è trattato "d´una vergognosa campagna di stampa", il titolo di fucilatore "un´ignobile infamia".La prima udienza si svolge sul finire del 1971. Sono chiamati a difendersi dall´accusa di "falso e diffamazione" i giornalisti Carlo Ricchini e Luciana Castellina, allora direttore responsabile del Manifesto. In realtà non è difficile dimostrare l´autenticità del documento: la copia fotostatica è autenticata da un notaio che attesta la conformità con l´originale. «Le prove di oggi sarebbero già sufficienti», dichiara il pubblico ministero Vittorio Occorsio, autorevole magistrato già impegnato in quegli anni contro il terrorismo nero. Propone sia chiamato a deporre il sindaco di Massa Marittima invitandolo a esibire l´originale del manifesto. La nuova udienza è fissata per il 25 gennaio del 1972, la conclusione appare prossima. All´appuntamento di gennaio si presenta anche l´onorevole Almirante: sorridente, impeccabile nel vestito fumo di Londra, cravatta blu con piccoli cerchietti bianchi. Al principio della deposizione chiama in causa il Parlamento e le istituzioni che, nonostante il suo passato, hanno legittimato l´elezione a deputato. «Faccio presente che sono deputato in Parlamento dal 18 aprile del 1948», esordisce con toni rassicuranti. «Allora, oltre le regole costituzionali, vi erano norme eccezionali che vietavano di entrare in Parlamento a coloro i quali avessero assunto cariche o ricoperto determinate responsabilità nella Rsi. Personalmente non ho mai subito alcun procedimento penale né fruito di amnistie. Se c´era qualcosa da dire, quella era l´epoca più adatta, per freschezza di ricordi, vivacità di polemiche, presenza di testimoni…». In altre parole, se non sono state fatte rispettare la Costituzione e le leggi, la colpa non è mia.E il confino di polizia al quale Almirante fu condannato nel 1947? Un legale gli ricorda il grave provvedimento subìto per il collaborazionismo con i tedeschi e per le attività successive alla guerra. Ma il segretario missino ha ricordi confusi. Gli interessa soltanto rimarcare la totale estraneità al manifesto pubblicato sui giornali e al bando di morte pronunciato da Mussolini e Graziani. «Curare la diffusione del comunicato o meglio del bando Graziani rientrava nelle competenze del ministero dell´Interno o di quello delle forze armate», ribadisce con piglio determinato. Lui boia o assassino di partigiani? Ma non scherziamo. A nulla sembrano valere le nuove prove documentali portate dal sindaco di Massa, un operaio di taglia robusta dal buffo nome di Rizzago Radi che sfila dalla cartellina l´originale del documento firmato da Almirante, insieme alla lettera della Prefettura che accompagna l´invio dei manifesti e la missiva del vicecommissario prefettizio che rassicura sull´affissione. Il manifesto, dunque, non è un falso. Il processo potrebbe rapidamente chiudersi, come incoraggia Occorsio. Ma l´assoluzione dei giornalisti implica la colpevolezza di Almirante. I suoi avvocati sono costretti a cambiare strategia. L´unico modo per ritardare la sentenza è accorpare il processo romano ai tanti processi in corso nella penisola in seguito alle querele di Almirante. Il tribunale, presieduto da Carlo Testi, sembra acconsentire alla proposta. L´udienza è aggiornata.La prima sorpresa, nel prosieguo del dibattimento, è la sostituzione del pubblico ministero Occorsio con Niccolò Amato, futuro direttore degli istituti di pena. Il suo orientamento appare capovolto rispetto alle convinzioni del predecessore, facendo proprie le tesi difensive di Almirante. Il processo slitta, si arriva a un nuovo rinvio per l´aprile. Alberto Malagugini, difensore dell´Unità e futuro magistrato della Corte Costituzionale, non ha dubbi: «Pur di prendere tempo sono state poste le più strabilianti eccezioni procedurali. Non appena sono apparse chiare le responsabilità del querelante per l´infame comunicato del 1944, non appena il tribunale è stato posto in condizione di decidere e il pubblico ministero di udienza l´ha fatto intendere, la difesa ha cominciato la sua manovra di sganciamento». Intanto in tutta Italia i processi intentati da Almirante si vanno chiudendo con l´assoluzione dei querelati. Per tutti gli altri collegi giudicanti Almirante è un fucilatore di partigiani, a Roma devono ancora certificarlo. Eppure i supporti documentali sono ovunque gli stessi.Passano ancora due anni. Nel giugno del 1974, dopo accurate ricerche, viene prodotta in aula la "prova delle prove": un telegramma dell´8 maggio 1944, spedito dal ministero della Cultura Popolare all´indirizzo della prefettura di Lucca. È stato trovato negli archivi di Stato, è firmato Giorgio Almirante, e corrisponde parola per parola al manifesto conservato a Massa Marittima. Un foglietto giallo, tipico dei messaggi telegrafici di quel periodo, con il decreto di morte pronunciato nell´aprile da Mussolini. Il capo di gabinetto ne sollecita l´affissione in tutti i comuni della provincia. Il funzionario che nel maggio del 1944 ha mandato il telegramma nella tipografia Vieri di Grosseto per la stampa del manifesto s´è dimenticato di levare la firma di Almirante. Una distrazione che inchioda il leader del Movimento Sociale alle sue pesanti responsabilità. Dagli archivi affiorano anche altre carte compromettenti. Una circolare del 24 maggio 1944, firmata sempre dal capo di gabinetto di Mezzasoma, ordina ai capi delle province di divulgare non solo i manifesti che provengono dal ministero della Cultura Popolare ma anche dalle autorità tedesche. Almirante è sbugiardato su tutti i fronti: è lui che cura la propaganda del bando Graziani, ed è sempre lui che segue sollecito l´affissione dei comunicati del Führer. La sua difesa annaspa. Vittorio Occorsio, tornato a ricoprire la pubblica accusa, chiede ironico: «Volete sostenere che è falso anche questo documento, che ci viene inviato da un ufficio statale e su richiesta del tribunale?». Il processo è sufficientemente istruito, non resta che chiuderlo. «Dopo la sentenza», annuncia severo il pubblico ministero, «chiederò che gli atti siano restituiti alla pubblica accusa per procedere per i reati di calunnia e falsa testimonianza nei confronti di Almirante. Calunnia per aver affermato che il manifesto era apocrifo, falsa testimonianza per tutte le menzogne dichiarate davanti ai giudici».Bisogna aspettare ancora altri quattro anni per assistere alla "condanna morale" del fondatore del Movimento Sociale. Un primo pronunciamento assolutorio non soddisfa a pieno il quotidiano fondato da Antonio Gramsci, mentre il Manifesto preferisce fermarsi al traguardo. Solo l´8 maggio del 1978, dopo un intervento della Cassazione, arriva una sentenza priva d´ombre, che assolve l´Unità «per avere dimostrato la verità dei fatti» e condanna Almirante alle spese processuali, anche al risarcimento dei danni. «Ma l´Unità non ha mai chiesto i danni», ricorda Ricchini in chiusura del suo prezioso memoriale. L´unico che non poté leggere la sentenza fu il pubblico ministero che con passione civile e rigore più l´aveva sostenuta. Due anni prima Vittorio Occorsio era rimasto vittima di un agguato, per mano di terroristi neri.